Un libro scritto con gli internati
L’esperienza di due coniugi reggiani al lavoro volontariamente con i pazienti ricoverati nell’ex Opg
REGGIO EMILIA. Un’esperienza di altissimo profilo umano e culturale, quella di cui sono stati protagonisti i coniugi Giovanni Borghi e Carla Mazzoni, oggi pensionati e fino a qualche tempo fa direttore dell’oratorio di Sant’Ilario, lui, e insegnante, lei. A titolo di volontariato hanno lavorato fra gli internati di quello che si chiamava Ospedale psichiatrico giudiziario, e che attende ancora una completa trasformazione attraverso le residenze esterne, le Rems, che ogni Regione è chiamata ad attrezzare. «Frequentiamo quell’ambiente da circa un anno e mezzo – spiega Borghi – e ci siamo resi conto che la struttura carceraria non offriva grandi opportunità di conoscenza, così anche attraverso don Daniele Simonazzi (il cappellano, ndr) abbiamo proposto un laboratorio sperimentato da mia moglie».
«L’idea – aggiunge la professoressa Mazzoni – era leggere insieme un libro per condividerne le emozioni, discuterne insieme e fare emergere sensazioni, sentimenti, opinioni. Ne abbiamo parlato anche con le terapiste della riabilitazione psichiatrica e siamo partiti con due incontri preliminari nei due reparti per capire quanti avrebbero aderito. Hanno partecipato in venti, divisi in due gruppi, ma in seguito se ne sono aggiunti altri, a mano a mano che nella struttura si diffondeva la notizia di quello che stavamo facendo».
Giovanni Borghi e Carla Mazzoni per questo laboratorio hanno scelto un libro famoso, concepito dallo scrittore Roberto Piumini per i ragazzi: “Lo stralisco”. Si tratta di una vicenda ambientata nella Turchia dei tempi passati, dove Madurer, un bambino, è gravemente malato. Deve restare chiuso nella sua stanza perché l’aria aperta e la luce lo ucciderebbero. Il padre, ricco e potente, chiama un pittore perché dipinga le pareti della stanza del figlio malato. Grazie ai colori e alle immagini, Madurer riesce a costruirsi un mondo di emozioni come tutti gli altri bambini della sua età, mettendo da parte il dolore per la privazione forzata della libertà.
«Quando abbiamo cominciato la lettura – spiega Carla Mazzoni – non sapevamo come sarebbe andata a finire. È andato tutto benissimo, perché i pazienti si sono fatti prendere dai personaggi della storia e tutte le loro considerazioni hanno finito per convergere dentro la storia del libro. Siccome uno dei protagonisti era un pittore, abbiamo anche proposto di dipingere, e da lì è nata la produzione di un libro, una cosa totalmente nostra».
Questo libro nato all’interno dell’istituzione Opg si intitola “Siamo tutti Madurer” ed è stato presentato pochi giorni fa con una performance alla quale hanno partecipato tutti gli operatori della struttura.
«Siamo partiti – chiarisce Borghi – ponendo una condizione: il progetto doveva comunque arrivare a una conclusione, senza incertezze, perché l’incertezza è una situazione fra le peggiori che si possono vivere. È così per le persone in libertà, figuriamoci per chi si trova ristretto. Alla fine è nato questo libro che abbiamo prodotto in cento copie. Contiene tutte le emozioni scaturite in questi mesi di lavoro. Finisce con i nomi di tutti coloro che hanno partecipato e con una frase importante, che dà il senso all’intera esperienza: “Persone, non pazienti”».
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