Gazzetta di Reggio

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maxiprocesso aemilia 

«Bolognino estraneo al clan è un cane sciolto, vuole lavoro»

Tiziano Soresina
«Bolognino estraneo al clan è un cane sciolto, vuole lavoro»

La difesa nega il ruolo di boss: «Non faceva false fatture, mai visto alle riunioni» Poi l’attacco ai pentiti: «Contraddittori, le loro testimonianze tutte da verificare»

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REGGIO EMILIA

Il 51enne Michele Bolognino – al carcere duro all’Aquila – è considerato dall’accusa uno dei sei capi del clan ’ndranghetista emiliano e per lui è stata chiesta una pesantissima condanna. Dei vertici individuati dall’Antimafia è l’unico che ha scelto di difendersi nel procedimento di Reggio Emilia.



E ieri l’avvocato Carmen Pisanello che lo tutela ha subito affondato i colpi proprio per smentire questo ruolo di “capozona” reggiano-parmense: «È un’accusa fallace, non vi sono prove. Come mai un capo non ha mai partecipato alle false fatturazioni che è l’argomento principale di questo processo? Bolognino non ne ha mai fatte come attività principale del suo business ma ha sempre chiesto di poter fare lavori edili in giro e ciò lo esclude dall’aver partecipato al nucleo effettivo della ’ndrangheta che si spartiva i proventi della falsa fatturazione. Non partecipava alle riunioni, mai visto nei locali frequentati dagli ’ndranghetisti e nemmeno è stato coinvolto in indagini di mafia».

L’avvocato Pisanello rimarca anche le dichiarazioni dei pentiti sul suo assistito: cita Angelo Salvatore Cortese («Non l’ho mai incontrato») ed Antonio Valerio («Non faceva false fatture, voleva solo lavorare»), replica a Salvatore Muto che per la difesa dice il falso sull’incontro a Montecchio con Bolognino nel luglio 2012, infine parla di Giuseppe Giglio che colloca l’imputato come appartenente alla cosca dei Megna per cui lavorava come buttafuori nei locali notturni, ma per il legale è una storia non credibile visto che «nei locali di Reggio Emilia non si è mai visto e in quelli di Parma viene collocato solo con delle donne». In sintesi: «I pentiti sono importanti, ma in un processo le loro testimonianze devono essere verificate, chiedo perciò alla Corte che prendano solo ciò di cui i collaboratori di giustizia sanno e possono parlare».



Il difensore aggiunge la frase intercettata di Nicolino Grande Aracri («Bolognino non è nè carro nè ruota») per arrivare a dire che il suo assistito «non era nessuno e si era fatto solo un sacco di carcere, un cane sciolto che non ha padroni o inservienti. È stato invece aiutato dalle coincidenze della vita che lo hanno portato a conoscere persone con cui lavorare, mentre i locali sarebbero stati il ripiego una volta caduto in disgrazia con le banche, nella sua attività di imprenditore edile».

Tra le conoscenze dell'imputato, viene affrontata l’amicizia con la famiglia dell’imprenditore modenese Augusto Bianchini, suggellata – per l’accusa – con un patto che aggirava le regole sugli appalti e quelle sulla contribuzione ai dipendenti: operai che Bolognino aveva fornito a Bianchini, quando questi lo chiamò per avere braccia da impiegare nella ricostruzione post terremoto. «Dagli atti – replica l’avvocato Pisanello – emerge che la cassa edile per questi operai è stata pagata, non hanno mai fatto straordinari e i buoni pasto che non hanno ricevuto sono dipesi dalla Bianchini. C’è un’intercettazione che racconta come Bolognino si reca a lavorare in un cantiere di domenica: è un caporale questo?».

Contrastate dal difensore anche le imputazioni sulle armi (trovate nell’immobile di via Leonardo da Vinci, a Montecchio) e l’accusa sullo spaccio di hascisc (depositata una memoria difensiva, vista la complessità della vicenda). —



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