«Nessun attacco alle istituzioni i cutresi erano discriminati»
Vezzadini, avvocato di Gianluigi Sarcone, contro la tesi del sodalizio mafioso «Riunioni e articoli in difesa di imprenditori calabresi preoccupati per la crisi»
Cosa ha portato Nicolino Sarcone e conoscenti a organizzare incontri nel 2012 con l’avvocato reggiano e consigliere comunale del Pdl Giuseppe Pagliani, condannato poi in appello a 4 anni per concorso esterno in associazione mafiosa?E cosa li ha portati a ricorrere ad articoli e interviste su stampa e tivù? Per l’avvocato Stefano Vezzadini, difensore di Gianluigi Sarcone, che ha discusso ieri al processo Aemilia, si trattava di semplci imprenditori che difendevano le proprie aziende e di una comunità di calabresi che si riteneva discriminata nelle crisi.
Non pressioni indebite, quindi, nella forma tipica dell’associazione di stampo mafioso. Nemmeno ingerenze sul livello politico e pubblico, come invece indicato dalla procura antimafia che ha configurato il reato cardine del processo Aemilia, l’associazione di stampo mafioso. Associazione le cui redini, secondo i pm, sarebbero poi finite in mano a Gianluigi Sarcone dopo la condanna ad ulteriori 15 anni di carcere del fratello Nicolino, considerato il capo clan della cellula emiliana della ’ndrangheta cutrese legata al boss Nicolino Grande Aracri.
Vezzadini va giù duro e riporta le parole del 2012 di Caterina Arcuri (non imputata) con Alfonso Paolini: «Sono contro purtroppo la nostra comunità calabrese, come degli extracomunitari». Una «questione calabrese», dice l’avvocato, che configurerebbe una discriminazione dei cutresi di Reggio Emilia e che ha portato poi a una reazione (articoli, cene, abboccamenti politici) che non sono però di stampo mafioso. Nessuna strategia mediatica quindi contro le interdittive della prefettura che (insieme ad altri provvedimenti come il ritiro di porto d’armi) fioccavano in quel periodo alzando attenzione sulla comunità e relative tensioni.
Per Vezzadini, Gianluigi Sarcone – così come altri – erano degli imprenditori edili preoccupati per la crisi, per l’esclusione di alcuni di loro dagli appalti sulla base delle interdittive, e per un’eccessiva attenzione da parte della stampa locale: «C’era di tutto sui giornali: addirittura che il 50% degli affari del mattone erano in mano alla ’ndrangheta», dice.
Vezzadini, che riparla dell’incontro del 2 marzo 2012 – prima della celebre cena delle beffe del 21 marzo del 2012 al ristorante Antichi Sapori – tra alcuni imprenditori in un ufficio dei fratelli Sarcone a cui partecipò anche Pagliani. «Ma non c’è alcun patto politico-mafioso».
Per l’avvocato le «indebite e indiscriminate generalizzazioni» nei confronti dei cutresi esistevano davvero. «Lo stesso Graziano Delrio, quando fu interrogato, disse che la comunità calabrese si rivolse a lui perché lamentava un linciaggio mediatico sull’equazione calabrese-mafioso». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
