Botte in cella, davanti al gup sia Sarcone sia Bolognino
Il pm Ronchi ha chiesto il rinvio a giudizio, a supporto le parole del pentito Giglio I due imputati ribattono: «Mai avuto screzi con lo “spesino”, non c’entriamo»
REGGIO EMILIA
Marcia spedita verso l’udienza preliminare – si terrà in tribunale a Bologna, presumibilmente a settembre – l’indagine “Reticolo” della Dda che mette nel mirino il pestaggio nel carcere di Bologna dello “spesino” e il coinvolgimento di detenuti calabresi e campani, oltre che di alcune guardie carcerarie, nei traffici fra le sbarre di droga e telefonini.
Inchiesta infatti chiusa e richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal pm antimafia Beatrice Ronchi che ha coordinato un lavoro investigativo fatto di intercettazioni, pedinamenti ma anche delle dichiarazioni del primo pentito di Aemilia, cioè Giuseppe Giglio. Un filone – soprattutto quello legato alle botte in carcere – che risulta “gemmato” dall’inchiesta Aemilia, con tensioni e repliche decise che si sono ripercosse sul maxiprocesso in corso nell’aula bunker. L’Antimafia ritiene due imputati di Aemilia – Gianluigi Sarcone (difeso dal legale Stefano Vezzadini) e Sergio Bolognino (assistito dall’avvocato Roberto Filocamo) – i mandanti del pestaggio ai danni dello “spesino” (cioè la persona che fa acquisti di alimentari per i detenuti) perché irrispettoso e refrattario alle disposizioni imposte, a dimostrazione della supremazia riconosciuta agli ’ndranghetisti da parte di detenuti legati alla camorra. Sarcone e Bolognino sono accusati di violenza privata e lesioni aggravate dalle modalità mafiose.
«Aveva mancato di rispetto ai calabresi» ha confermato lo scorso novembre nell’aula-bunker il pentito Giglio. Il collaboratore di giustizia ha raccontato che per il pestaggio nel carcere felsineo del 15 marzo 2015 gli era stato ordinato – e con lui a un altro detenuto calabrese – di non avvicinarsi alla cella di Francesco Madonna. Parole a cui – sempre nel maxiprocesso – hanno già replicato i diretti interessati.
Sarcone ha affermato di non avere mai avuto screzi con il detenuto campano addetto alla distribuzione dei viveri: «Faceva ridere, faceva dolci, torte per i miei figli fino a quando non è stato trasferito, ho fotografie delle sue torte». Aggiungendo di aver saputo dallo “spesino” i nomi di chi l’aveva aggredito (l’imputato li ha poi fatti in udienza) e sui motivi delle botte sarebbe stata la stessa vittima a confidargli che «il motivo ufficiale era dovuto a problemi con i paesani suoi e per il fatto che faceva la grappa in cella dalla frutta e dai pelati settimanalmente e si ubriacava». Una circostanza cioè, che creava «problemi» con gli agenti «e questa cosa comportava anche delle perquisizioni che poi si estendevano a tutti. Però ufficiosamente mi disse che sospettava che il pestaggio fosse dovuto all’aver parlato male di un suo compaesano della stessa associazione mafiosa».
Sulla stessa linea Bolognino: «Mi reputo estraneo, conoscevo bene questo “spesino”, una brava persona, non so niente di quanto successo». —
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