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Divorzi, nasce da Reggio la sentenza che rivoluziona gli assegni di mantenimento

Divorzi, nasce da Reggio la sentenza che rivoluziona gli assegni di mantenimento

Corte di Cassazione rivoluzionaria nell'esprimersi su una separazione reggiana. Ora per l’assegno mensile conta il contributo dato alla famiglia dagli ex coniugi

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REGGIO EMILIA. Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare «costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale» e per questo va considerato nello stabilire l’assegno di divorzio.

È quanto hanno chiarito ieri le sezioni unite civili della Cassazione, pronunciandosi con una sentenza sul contrasto di giurisprudenza in materia di assegno divorzile. Il caso esaminato dalle sezioni unite riguardava una coppia emiliana, lui imprenditore, lei professionista, sposati dal 1978 e separati consensualmente dal 2007: in primo grado, il tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto a favore della donna un assegno mensile di 4 mila euro.

In appello, invece, i giudici di Bologna avevano negato ogni diritto all’assegno divorzile e disponendo l’obbligo per la signora di restituire all’ex marito le quote di assegno percepite dalla sentenza di primo grado. I due si erano sposati molto giovani e venivano da famiglie modeste, era stato ricordato in udienza, e il patrimonio familiare – pari a 7 milioni di euro, diviso a metà con un accordo in sede di separazione, con cui lui aveva tenuto le aziende, mentre lei aveva optato per denaro e beni immobili – era stato tutto costruito durante le nozze.

La moglie, inoltre, non aveva sacrificato la sua carriera per la famiglia, continuando ad esercitare con successo la sua professione nel corso del matrimonio. Come sollecitato dall’avvocato generale della Cassazione Marcello Matera nell’udienza del 10 aprile scorso, la vicenda dovrà adesso essere riesaminata dalla Corte d’appello di Bologna, applicando il principio di diritto sancito dalla Suprema Corte.

«All’assegno di divorzio – ha spiegato la Corte in una nota – deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa». Dunque, «ai fini del riconoscimento dell’assegno», ha affermato ancora la Corte, «si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto».

La decisione della Suprema Corte era attesa dal 10 aprile scorso, quando in udienza pubblica era stata discussa la questione giurisprudenziale emersa dopo che, con la sentenza sul divorzio dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli, era stato escluso il parametro del “tenore di vita” da quelli fondanti il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile. La Cassazione, così, supera definitivamente il parametro fissato dalla giurisprudenza nel 1990 del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

A seguire, per conto della donna, l’intricata separazione e la successiva causa per l’assegno divorzile, è stato un vero e proprio pool di esperti.

In prima fila l’avvocato del Foro di Reggio Emilia Francesca Baldi, assieme alla collega del tribunale di Milano, Margherita Bariè, e al professore di diritto processuale civile Bruno Nicola Sassani, di Roma.

Una decisione, quella delle sezioni unite civili della Cassazione, che ha soddisfatto notevolmente gli avvocati della donna.

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