«Lomonaco è l’innominato pentiti e testi non ne parlano»
L’avvocato difensore Tirelli smentisce le intercettazioni e chiede ai giudici l’assoluzione rimarcando che tutti gli illeciti riguardano solo il boss Sarcone
REGGIO EMILIA. L’avvocato difensore Gianluca Tirelli – in apertura di arringa – lo definisce «l’innominato».
Parafrasando il personaggio di manzoniana memoria, il legale inquadra così il 53enne Francesco Lomonaco (crotonese di fatto domiciliato a Reggio Emilia) specificando alla Corte che «la sua condotta criminosa non viene specificata nelle imputazioni, nel corso del processo nessuno lo nomina, pentiti e testimoni non ne parlano». Eppure per Lomonaco sono stati chiesti dai pm quasi vent’anni di carcere, considerandolo un affiliato del clan emiliano, accusandolo pure di usura ed estorsione.
LE INTERCETTAZIONI. Un coinvolgimento su cui pesano le intercettazioni, ma la difesa ritiene che sulle conversazioni captate «l’interpretazione della Procura è parziale e fatta con assoluta confusione». Secondo la Dda, in concorso con il boss Nicolino Sarcone, avrebbe minacciato dei debitori per rientrare dai prestiti. Ma per l’avvocato Tirelli la smentita arriva dalle stesse intercettazioni, da cui si evince che la «responsabilità» del prestito, così come le condotte illecite, sarebbero da ricondurre solo a Sarcone, mentre Lomonaco, in realtà, fece da mediatore per prorogare i termini della restituzione del debito e chiamò perfino alcune vittime per metterle sull'avviso. Al punto che queste alla fine lo ringraziarono: “Se non ci fossi stato tu sarei morto”. Insomma erano così intimorite che lo ringraziano pure». Tirelli annota inoltre come sia tutto da dimostrare che la somma di cui si chiedeva la restituzione fosse per un prestito usurario, dato che «c'è totale mancanza di prova sul fatto che siano stati chiesti interessi illeciti».
LE MINACCE. Facendo sempre riferimento alle intercettazioni, infine l'avvocato aggredisce la tesi che siano state proferite minacce. «In caso contrario vengo da te», ha detto l'imputato ad uno dei debitori. «Questa non è una minaccia, figuriamoci se di stampo mafioso». Dopo oltre un’ora di arringa, Tirelli è perentorio nel chiedere l’assoluzione su tutto «perché il fatto non sussiste». —
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