«Aemilia come Norimberga è un processo senza il capo»
L’avvocato Laratta chiede l’assoluzione per Bolognino negando che il suo assistito fosse inserito al vertice della cosca cutrese-emiliana
REGGIO EMILIA. In una lunga arringa, l’avvocato Francesco Laratta – martedì pomeriggio ad Aemilia – tra citazioni letterarie e storiche ha inteso smontare la tesi accusatoria secondo la quale il suo assistito, Michele Bolognino, era un capo della ’ndrangheta emiliana. Accostando il processo di Reggio Emilia a quello di Norimberga.
GUARESCHI E NORIMBERGA. «In queste nottate, in cui mi sollazzavo a rileggere gli atti, mi sono chiesto cosa avrebbe scritto Giovannino Guareschi sulla terra di Don Camillo e Peppone – ha esordito – dove avete deciso di istituire questo processo, su cui si è romanzato molto, per ristabilire il giusto primato dello Stato sull’orda calabrese che l’ha infangata. Che dire, poi, del libro di Sabrina Pignedoli che scrive “Reggio è una città a misura d’uomo, con gli asili più belli, il ponte di Calatrava ma, da 32 anni, è anche l’epicentro della Cosca dei Grande Aracri con sede legale a Cutro e base operativa qui”. Ma di quale cosca stiamo parlando? Aemilia è come il processo di Norimberga. Anche lì il capo (Hitler) non c’era, perché aveva deciso di togliersi la vita; e qui, invece, non c’è perché Nicolino Grande Aracri non è nemmeno imputato. Però è imputato Michele Bolognino. Allora mi sono chiesto a quale personaggio del processo di Norimberga accostarlo. È più come Hermann Goering. Goering divenne maresciallo per meriti aviatori; Bolognino, invece, è diventato un imputato per meriti carcerari. Perché è stato in carcere dal 1993 al 2011. Non era il capo di niente a Reggio. Non era nemmeno affiliato ai Grande Aracri, ma ai Menia…».
E ancora: «La storia dell’affiliazione di Bolognino ai Grande Aracri non esiste, lo ha affermato anche il pentito Angelo Salvatore Cortese, ascoltato a Crotone per l’operazione Scacco Matto. Giuseppe Vrenna, poi, detto “Pino”, che ha conosciuto Bolognino in carcere negli anni ’90, ha detto “so che era vicino ai Menia, non ai Grande Aracri, e che è andato nel Nord Italia. Non so altro”.
CRITICA ALL’AULA BUNKER. Laratta ha sostenuto che il processo non doveva celebrarsi a Reggio Emilia: «Vede presidente Caruso, questa aula bunker doveva essere istituita a Crotone, a Cutro. Parliamo di cose calabresi, qui non esisteva nessuna associazione. E poi questa aula bunker, con misure di sicurezza e controlli imponenti e perfino eccessivi, con un numero di imputati mai visto, con tempistiche delle udienze “svizzere”, ha addirittura snaturato l’armoniosità del palazzo di giustizia di Reggio». In conclusione – chiedendo l’assoluzione – afferma che Bolognino è pure estraneo alle fatture della cosca e che «cercava solo di lavorare, per sé». —
VALENTINA CORSINI. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
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