I due corrieri fanno scena muta e restano in cella
Interrogatorio in carcere per Giuseppe Caruso, 32enne, e Rocco Furfaro, 36enne, arrestati con 18 chili di cocaina e 300mila euro in contanti
reggio emilia. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere – e restano in carcere, secondo quanto stabilito dal Gip Luca Ramponi – Giuseppe Caruso, 32enne di Palmi (Reggio Calabria) e Rocco Furfaro, 36enne di Sinopoli (Reggio Calabria), i due corrieri incensurati arrestati dalla polizia con 21 chili di cocaina e quasi 300mila euro. Entrambi sono accusati di spaccio di stupefacenti con l’aggravante dell’ingente quantità.
Ieri si è svolta l’udienza di convalida alla Pulce, alla presenza degli avvocati difensori Cristina Reda di Reggio Emilia e Anna Maria Domanico del Foro di Cosenza (per Caruso) ed Enrico Fontana del Foro di Modena (per Furfaro). Le legali del primo hanno avanzato la richiesta di arresti domiciliari, riservandosi di appellarsi al tribunale della Libertà dopo aver studiato i documenti.
Un esito scontato, quello della conferma delle misure cautelari, visto l’ingente quantitativo di droga – dietro al quale si sospetta l’ombra della criminalità organizzata –, scoperta dalla Squadra Mobile e dalla Polstrada partendo da un casolare di Novellara, dov’è residente Furfaro e dove sono saltati fuori 18 chili in pani nascosti in un fienile; mentre Caruso è stato bloccato all’ingresso del casello autostradale con tre chili di cocaina nascosti in un vano della Mercedes.
Ora però l’attenzione degli investigatori si sta concentrando sugli accertamenti patrimoniali a carico dei due.
L’ordinanza del pm Claudio Santangelo recita che Caruso «è privo di redditi leciti e quindi deve ritenersi tragga il sostentamento proprio e per la numerosa famiglia dall’attività criminosa», mentre Furfaro «è titolare di una ditta individuale con attività di coltivazioni agricole associate all’allevamento», ma le sue precedenti dichiarazioni dei redditi sono da fame: l’ultima dichiarazione, nel 2016, parla di appena 4.814 euro. Da qui, secondo il pm, «il rischio concreto di reiterazione del reato».
L’accusa si è inoltre soffermata sui «gravi indizi di colpevolezza», sul fatto che «nessuno degli indagati abbia reso dichiarazioni per attenuare la propria responsabilità» e anzi «entrambi hanno tenuto un atteggiamento non collaborativo, segno della assoluta assenza di resipiscenza».
Sul fatto che debbano restare dietro le sbarre l’accusa non ha dubbi: la detenzione «si deve ritenere proporzionata alla gravità del fatto», «nessun’altra misura, coercitiva o interdittiva, diversa dalla custodia cautelare in carcere appare idonea» e «non è possibile contenere adeguatamente la pericolosità degli indagati attraverso gli arresti domiciliari». —
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