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Liberarsi dalle mafie Tizian racconta la rivolta dei figli alle regole dei clan

Giovanni Tizian
Liberarsi dalle mafie Tizian racconta la rivolta dei figli alle regole dei clan

Il giornalista de L’Espresso pubblica “Rinnega tuo padre” un viaggio-inchiesta di cui ci propone un capitolo

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Pubblichiamo di seguito un estratto di “Rinnega tuo padre”, l’ultimo libro del giornalista Giovanni Tizian.

Giovanni Tizian / REGGIO EMILIA

Da quando era piccolo, spiega il pentito, girava per le campagne del Crotonese con il fucile a canne mozze, la lupara. Prova di coraggio per esibire il proprio valore. E quanto vali, in certi ambienti, lo decide il boss. Allevano, addestrano e armano, i tutor del crimine organizzato. Terminata la maturazione, inviano i più validi al fronte: sulle strade a imporre la legge della cosca.

Come in una guerra. Ci sono generazioni più fortunate di altre. Molti dei ragazzi arruolati tra gli anni ’70 e i primi del 2000 hanno pagato un cospicuo tributo di sangue. C’è chi è morto ammazzato, chi è stato seppellito da un fine pena mai. All’epoca, divisi su fronti nemici, si erano persuasi che tra loro ci fosse chi aveva vinto e chi aveva perso.

In realtà hanno perso tutti. In ambedue le trincee. Hanno perso i vincitori sopravvissuti, rinchiusi in galere da cui usciranno chi coi capelli bianchi e chi dentro una bara. Non esattamente la più dolce delle vittorie. Hanno perso i vinti, decimati dal piombo e consumati dall’attesa della vendetta. In ogni caso, la posta in gioco era la vita.

Gli adolescenti subiscono un lavaggio del cervello senza neppure accorgersene, perché chi lo compie è un familiare. Un cugino, un padre, uno zio, una madre, un fratello. Persone di cui un ragazzino si fida ciecamente. Anzi di più, sono i suoi punti di riferimento nella società.

È il grande inganno della ’ndrangheta, che va narrando di sé stessa un codice d’onore che vieta di assassinare donne e bambini. Una bugia, una trappola. La ’ndrangheta uccide indistintamente e in maniere diversissime. Talvolta è una sentenza di morte diretta, talaltra un incidente di percorso.

Tutti quei “picciotti” mandati al macello nel nome del padre. Oppure quelli che vivono rinchiusi in una cella. Non è forse assassinare il futuro dei ragazzi, questo? La ’ndrangheta i codici se li scrive e se li tramanda. Ingredienti arcaici che seducono anche chi è nato sotto il segno dei social network, dove non mancano gruppi Facebook gestiti da fanatici amanti delle mafie. Gli ’ndranghetisti sono maestri della mistificazione.

Usano simboli, formule e liturgie come calamite per attrarre gli adolescenti in cerca di un’identità o semplicemente di un posto nel mondo. La ’ndrangheta, come il fascismo, professa l’ordine e la disciplina. E i futuri padrini vengono addestrati con questi principi.

Ma soprattutto sono destinati fin dalla nascita, eredi di dinastie mafiose tramandate nel tempo attraverso la pedagogia dell’arroganza e dell’onore. Educazione ’ndranghetista. Regole e protocolli trasmessi tra generazioni senza soluzione di continuità. Storie di famiglie distrutte dalla violenza, di adolescenti avvelenati dal delirio di onnipotenza dei propri padri, bambini appena nati e già predestinati al comando.

Rinnegare il padre appare come l’unica strada percorribile per liberarsi da questa condanna a morte che pende sull’avvenire dei piccoli, picciotti prossimi a venire. C’è un giudice che, partendo da questa consapevolezza, sta mettendo in pratica un metodo alternativo di lotta ai clan. Si chiama Roberto Di Bella e guida il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria.

È sua e di altri suoi validi colleghi la firma sui provvedimenti di decadenza della responsabilità genitoriale nei confronti di padrini incalliti. Irriducibili del crimine che per il potere sono disposti a sacrificare i propri figli. La soluzione estrema, in questi casi, è allontanare i figli dal nucleo familiare. Il giudice Di Bella preferisce definirlo in altro modo: «Allontaniamo i boss dai loro figli». La sostanza non cambia. Certo, non è una misura indolore. Le storie che troverete in Rinnega tuo padre sono uno spaccato di questa trincea, dove si combatte l’ultima battaglia contro le cosche: quella educativa e culturale. ’Ndranghetisti non si nasce. Boss si diventa. Perché la ’ndrangheta e le mafie in genere sono prima di tutto un fenomeno culturale. I cifrari forniti dalla famiglia criminale sono per alcuni l’unico mezzo per interpretare la realtà, le relazioni sociali, il lavoro, la società, l’amicizia, gli affetti.

La mafia ha le sue regole. Per noi inaccettabili, ma per chi vive in quel contesto rappresentano dogmi. E non solo in Calabria, ma ovunque si sia radicata la ‘ndrangheta. Anche in Emilia, dunque. —

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