Gazzetta di Reggio

Reggio

Dal peculato al mobbing Nei guai due agenti della polizia municipale

Ambra Prati
Dal peculato al mobbing Nei guai due agenti della polizia municipale

Finisce ai domiciliari l’ex vicecomandante del corpo, il 56enne Tito Fabbiani  Sospesa la compagna-vigilessa. Fra le accuse anche truffa e concussione  

3 MINUTI DI LETTURA





val d’enza

Il comando del corpo unico di polizia municipale Val d’Enza, in via don Pasquino Borghi a pochi metri dal municipio di Montecchio, era stato soprannominato “casa Fabbiani”, come fosse una sitcom divertente. Quando però ieri si è diffusa la notizia delle misura cautelare a carico dell’ex vice comandante Tito Fabbiani, 56 anni, nato a Castelnovo Monti, e della compagna in divisa Annalisa Pallai, 46 anni di Collagna – il primo ai domiciliari, la seconda sospesa dal servizio per sei mesi – è stato come se fosse deflagrata una bomba.

Pesanti le accuse, che vanno dall’abuso d’ufficio al peculato, dall’omessa denuncia alla truffa ai danni dello Stato e ai maltrattamenti nei confronti dei sottoposti. I due devono rispondere dei medesimi reati (tranne il mobbing o maltrattamenti, imputati al solo Fabbiani), ma è chiaro che la posizione del 56enne è più grave in virtù della sua posizione apicale, mentre la compagna lo avrebbe spalleggiato avendo un ruolo chiave: responsabile del personale e dei turni di servizio.



L’indagine è partita da un esposto anonimo, arrivato in Procura a Reggio Emilia e ai sindaci dell’Unione.

Nonostante l’anonimato, l’esposto era ben circostanziato ed è stato ritenuto di interesse.

Così a novembre 2017 il pm Valentina Salvi ha avviato le indagini, incaricando i carabinieri di Castelnovo Monti, il comando di polizia municipale di Reggio Emilia («avevamo bisogno di qualcuno che conoscesse l’ambiente, sono stati preziosi», ha detto il magistrato) più un appartenente alla polizia giudiziaria della Procura: tre gruppi, che hanno lavorato in stretta sinergia.

Gli inquirenti prima hanno iniziato un’attività classica di osservazione e pedinamento, poi sono state piazzate le cimici, per le intercettazioni telefoniche e ambientali. E, infine, hanno proseguito con la testimonianza di parecchie parti offese, per la gran parte agenti.



Un’indagine lunga e laboriosa che, secondo l’accusa, ha fatto emergere un «sistema di potere radicato e consolidato negli anni», che durava da un decennio (almeno dal 2010). Tra i comportamenti illeciti attribuiti all’ex vice comandante, la concussione per induzione (art. 319 quater), reato affine alla concussione, che si attua quando «il pubblico ufficiale, abusando della sua qualità, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei anni a dieci anni e sei mesi». Viene punito secondo il codice anche il soggetto passivo indotto. Quest’ultimo, coinvolto nel “do ut des”, è un imprenditore della Val d’Enza che ha concesso in comodato d’uso gratuito alla coppia un’abitazione a San Polo: l’imprenditore pagava pure le bollette.

Altra accusa riguarda il peculato perché l’ex vice comandante si è scelto e comprato un’auto Mazda CX3 – a spese dell’Unione, quindi soldi pubblici –, che lungi dall’essere un’auto di servizio (con colori civili) usava solo lui, con tanto di seggiolino. E ancora: truffa aggravata ai danni dello Stato, perché i due o timbravano il cartellino, trovandosi altrove, oppure figuravano in comando, ma facevano altro: come accudire la figlia neonata, cambiarle il pannolino sui tavoli e affidarla ai colleghi. Addirittura tra gli episodi figura un arrestato minacciato da Fabbiani perché faceva rumore e rischiava di svegliare la neonata. E infine: maltrattamenti (la declinazione penale del reato del diritto del lavoro di mobbing e bossing) perché, in questa brutta storia, metà comando “subiva” vessazioni psicologiche, aggressioni verbali e prestazioni che nulla avevano a che fare con il servizio; in caso contrario, la minaccia erano turni meno favorevoli o procedimenti disciplinari o ferie e permessi negati.



Insomma il comando, secondo l’accusa, si era trasformato in un piccolo feudo dei Fabbiani, dove la coppia faceva il bello e cattivo tempo. —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google