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Due condòmini in lotta per il furto di elettricità ma in aula salta la prova

Due condòmini in lotta per il furto di elettricità ma in aula salta la prova

REGGIO EMILIA. L’unica cosa certa è che in quasi cinque anni – dal marzo 2010 al febbraio 2015 – in una palazzina del quartiere Belvedere sono stati sottratti oltre 40mila kilowatt di energia...

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REGGIO EMILIA. L’unica cosa certa è che in quasi cinque anni – dal marzo 2010 al febbraio 2015 – in una palazzina del quartiere Belvedere sono stati sottratti oltre 40mila kilowatt di energia elettrica, per circa 9mila euro di mancati pagamenti. E denunciato da una condomina è finito nei guai l’altro residente, cioè un operaio 55enne. Due cavi hanno insospettito la donna: uno che parte dal suo garage e punta al secondo piano dove vive l’operaio, l’altro che dallo stesso appartamento arriva nel garage dell’uomo.

La denuncia farà scattare un’inchiesta del pm Isabella Chiesi poi sfociata in un decreto penale di condanna (sui 15mila euro la pena pecuniaria) a cui il 55enne si è opposto, da qui l’apertura del processo davanti al giudice Sarah Iusto. In udienza è emerso che un ingegnere dell’Enel (due volte) e anche la Municipale hanno fatto dei sopralluoghi per verificare se fossero state fatte manomissioni. Tutto regolare il collegamento con il garage dell’operaio in cui mancava la luce (l’energia elettrica è stata pagata), mentre è rimasto un rebus l’altro cavo, perché il 55enne non è mai stato trovato in casa durante i sopralluoghi, quindi non è accertato se effettivamente entrava nella sua abitazione. Nonostante questa incertezza il pm ha chiesto la condanna del condomino a 8 mesi di reclusione e 3mila euro di multa.

Di tutt’altro avviso l’avvocato difensore Ernesto D’Andrea: «Questo processo nasce da un paradosso – spiega il legale nell’arringa – perché la donna l’ha denunciato per ripicca, una volta che aveva saputo che il mio assistito sospettava di lei, non vedendoci chiaro sui consumi d’energia elettrica. E poi non vi è prova che il mio assistito si fosse collegato al quadro elettrico del garage della signora che lei stessa ha descritto come sempre chiuso a chiave. Come poteva entrare e manometterlo? Inoltre non è certo che il cavo entrasse nel suo appartamento». Tesi difensiva che fa breccia nel giudice, da qui l’assoluzione “perchè il fatto non costituisce reato”. —

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