«Voleva farsi male per il risarcimento»
Il “giallo” della lettera dal carcere del fratello dell’operaio morto schiacciato: «Così pensava di aiutarmi». Assolto il titolare
BIBBIANO. Troppi dubbi sono emersi nel processo per omicidio colposo – in tribunale a Reggio Emilia – con al centro la morte sul lavoro dell’operaio tunisino 41enne Ridha Thon che il 23 marzo 2012 rimase orribilmente schiacciato da una trave di circa 460 chili all’interno dell’officina della ditta “Dueco” di Bibbiano che si occupa di carpenteria metallica. Accertamenti che hanno portato il giudice Simone Medioli Devoto all’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato” del datore di lavoro, cioè l’imprenditore 45enne Alessandro Ferrari che è difeso dall’avvocato Roberto Sutich.
LE STRANEZZE. Come hanno spiegato in aula alcuni testimoni sentiti e che erano accorsi in officina quel tragico giorno dopo aver sentito un forte tonfo, inspiegabilmente l’operaio era stato schiacciato dalla trave mentre era nella sua postazione di lavoro del reparto assemblaggio e stava effettuando le operazioni di sollevamento del pesante manufatto per completare la saldatura della struttura. E qui iniziano le stranezze, perché il giorno prima Thon era stato aiutato da altri due operai non solo a bloccare la trave con dei morsetti sul tavolo di lavoro, ma anche a fissare l’aggancio al carroponte del manufatto tramite la fascia collegata alle catene. Invece quella maledetta mattina i morsetti vennero trovati a terra ed intatti (non schiacciati dalla trave) e il carroponte spostato.
L’ARRINGA. Aspetti tecnici – legati alla sicurezza sul lavoro – su cui si è soffermato ieri a lungo nell’arringa l’avvocato Sutich che per la difesa escludono la responsabilità del datore di lavoro, anche perché il fissaggio dei morsetti e l’aggancio al carroponte sono regole fondamentali per chi lavora alla “Dueco”, condivise da tutti gli operai ma non rispettate secondo quanto appurato da tecnici e testimoni nell’immediatezza del tragico incidente sul lavoro.
LA MISSIVA DAL CARCERE. Sullo sfondo anche una sorta di “giallo” – accennato sempre nell’arringa – e che riguarda una lettera dal carcere di La Spezia inviata dal fratello dell’operaio defunto all’avvocato Sutich.
E in questa missiva il fratello sostiene che Ridha volesse trovare un modo per recuperare del denaro per poter pagare le spese legali del fratello incarcerato e, quindi, avrebbe deciso di infortunarsi , cercando tramite una frattura o comunque una lesione la possibilità poi di chiedere una somma a titolo di risarcimento. Vero, falso? Il fratello alla fine non è stato sentito nel processo, comunque quel suo scritto nessuno l’ha contestato. Sul piano dei risarcimenti il fratello ha incassato 17mila euro, ma anche altri familiari sono stati risarciti dall’assicurazione, ritirando a quel punto la costituzione di parte civile. —
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