Protesi all’anca pericolose, sotto osservazione 166 pazienti reggiani
Una tipologia specifica di impianti (quelli Metal on Metal) può provocare infiammazioni o metallosi. Dei casi registrati in provincia, nessuno ha però avuto al momento ripercussioni sanitarie
REGGIO EMILIA. Sono 3.735 i pazienti richiamati per l’avvio del programma di sorveglianza dalle aziende sanitarie e dalle strutture private accreditate dell’Emilia-Romagna. Di questi, 166 sono seguiti in provincia di Reggio Emilia. A costoro era infatti stata installata una protesi all’anca potenzialmente difettosa.
A dirlo è stato il consigliere regionale reggiano della Lega, Gabriele Delmonte, che ha depositato un’interrogazione alla Giunta nella quale chiede quanti dei pazienti richiamati avevano effettivamente protesi difettose e se la Regione intende agire contro le aziende produttrici delle protesi “viziate”.
«Con la circolare numero 8 del 25 Luglio 2016 – ha spiegato il consigliere leghista – la Direzione generale cura della persona, salute e welfare ha avviato un programma regionale di sorveglianza degli impianti di protesi d’anca Metal on Metal (MoM). L’avvio del programma è stato deciso a scopo precauzionale al fine di garantire la sicurezza dei pazienti portatori di impianti MoM dopo che nuove indagini hanno messo in luce il rischio di reazioni avverse peculiari di tali impianti».
Il maggior rischio – ha ricordato il consigliere – deriva dal possibile accumulo, per usura, di ioni metallici a livello dei tessuti peri-protesici, accumulo che può essere responsabile di una serie reazioni infiammatorie locali ma anche di reazioni avverse di tipo sistemico, come la metallosi. In realtà però, ha voluto precisare Giorgio Mazzi, direttore del presidio ospedaliero provinciale Santa Maria Nuova Azienda Usl e Irccs di Reggio Emilia, «quel tipo di protesi non vengono più impiantate da anni e in particolare quelle con la testa di diametro superiore a 3 millimetri. Nell’attrito fra testa e stelo durante la rotazione, o fra testa e acetabolo, si è scoperto che rilasciavano ioni metallo (cobalto e cromo) che potevano causare infiammazioni o diluirsi nel sangue».
Dal 2016 quindi la Regione ha stabilito che tutti i pazienti ai quali erano state installate queste protesi fossero contattati dalle rispettive strutture che li avevano seguiti per dei controlli regolari al fine di monitorare la funzione dell’impianto e il livello di metalli nel sangue. Per quanto riguarda l’Ausl di Reggio Emilia, i pazienti richiamati per il programma di sorveglianza sono stati 103, mentre relativamente alle strutture private accreditate 58 assistiti si sono serviti al Salus Hospital e 5 a Villa Verde.
Per quel che riguarda i pazienti che hanno accettato di farsi controllare dall’Ausl, conclude Mazzi, «solo in due casi i controlli sono stati fissati ogni sei mesi invece che una volta l’anno perché la concentrazione di metalli nel sangue era leggermente più alta, senza però conseguenze per la salute dei pazienti».
Stessi risultati sono stati spiegati anche da Giovanni Baldi, direttore sanitario di Salus Hospital: «In un caso una protesi è stata sostituita per normale usura, mentre due pazienti sono seguiti ogni sei mesi in via precauzionale». Infine per quanto riguarda i 5 casi seguiti da Villa Verde, due hanno rifiutato i controlli, altrettanti non hanno avuto complicazioni mentre il quinto sarà visitato a breve.
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