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A processo il “Lupin di Reggio Emilia” che rubò i gioielli del museo

Leonardo Grilli
A processo il “Lupin di Reggio Emilia” che rubò i gioielli del museo

Il furto di cinque monili in oro era avvenuto nel marzo di quattro anni fa, adesso il Comune si costituisce parte civile

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REGGIO EMILIA. Cinque gioielli spariti nel nulla: una placca in oro con smalti, una fistola in argento dorato, un medaglione d’oro a forma di quadrifoglio, un medaglione circolare, un frammento di cintura in rame dorato, tutte inimitabili riproduzioni ottocentesche dei celebri Marcy.

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Un furto che affonda le sue radici nel marzo 2014, quando da due vetrinette custodite nella Galleria Parmeggiani sono stati rubati i preziosi dal valore stimato complessivamente in circa 100mila euro. Il “cold case”, però, pare alla fine sia stato risolto, anche se manca ancora una sentenza definitiva.

Colui che è stato individuato dai carabinieri come responsabile del furto, infatti, un 44enne residente in città, è stato rinviato a giudizio e, il 19 aprile 2019, comparirà davanti al giudice per l’avvio del dibattimento.

Per quanto riguarda i monili, solo uno dei cinque è stato recuperato, il frammento di cintura in rame dorato. Degli altri non c’è traccia, forse rivenduti sul mercato nero. Appresa la notizia del rinvio a giudizio del “Lupin di Reggio Emilia”, l’amministrazione ha poi deciso di costituirsi parte civile, rappresentato dall’avvocato Annalisa Corradini.

Una decisione – com’è scritto nel verbale di giunta del 17 luglio – motivata dal fatto che «il furto ha arrecato al Comune un danno patrimoniale, stimabile intorno ai 100mila euro, oltre a un danno non patrimoniale consistente della frustrazione delle funzioni proprie dell’ente in riferimento alla tutela del patrimonio culturale e a un danno di immagine».

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Ad accorgersi del furto, la mattina del 26 marzo 2014, era stata la stessa direttrice dei Musei Civici, Elisabetta Farioli, che si era recata nella Galleria in quel periodo chiusa al pubblico per lavori in corso al piano superiore. Tutto sembrava in ordine ma, passando davanti alle vetrine che si trovano all’ingresso, la Farioli aveva notato che in due di esse mancava qualche pezzo.

Quindi si era avvicinata e aveva scoperto le bacheche manomesse: le viti erano state smontate – e non si tratta di un’operazione né facile né ancora meno veloce – poi tutto era stato messo apparentemente a posto.

La Galleria anche nel 2014 era dotata di un sistema antifurto attivo negli orari di chiusura e il fatto che nessun allarme fosse scattato né manomesso portò gli investigatori a supporre che il furto fosse stato messo a segno durante l’orario d’apertura. Poi, il 9 dicembre 2014, il ritrovamento di uno dei 5 monili, nascosto in un sacchetto dentro l’abitazione dell’odierno imputato. —


 

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