E se pagassimo di più i politici?
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sui costi della politica e sul "problema d’uomini e della loro sostanza"
REGGIO EMILIA. Altroché abbattere i costi della politica, tosare i vitalizi ai parlamentari, comprimergli la diaria, azzerare i benefit, rivedere le loro retribuzioni. Al contrario bisognerebbe pagarli meglio e di più. Perché quella dei deputati e dei senatori – aggiungo anche i manager di Stato e i vertici ministeriali – è una responsabilità da capogiro, eminentissima direbbero gli intellettuali e i politici d’un tempo.
Eminentissima, perché il ruolo del parlamentare pretende senso dello Stato, cognizione di rappresentanza, competenza, dedizione, presenza. Allora è giusto pagare alto e non permettere che il Parlamento caschi in basso.
Questa ispirazione domenicale proviene dalla veduta dell’aula di Montecitorio venerdì, quando il ministro delle Infrastrutture, vicepremier e comandante in capo dei grillini Luigi Di Maio ha parlato dell’Ilva di Taranto. Non di aria fritta, ma del futuro della metallurgia italiana, economia, occupazione, ambiente, tutto. Tanto per gradire nell’emiciclo di legno e vetro non c’era un’anima. Deserto da fine settimana balneare.
E saremmo nella terza repubblica (per la contabilità dello stesso giulivo Di Maio), cioè oltre gli assenteismi e la decadenza, al di là della politica indolente. La veduta di Montecitorio era quella di sempre, da penultima Repubblica: deputati assenti, tutti, sia i neo-aggressivi delle opposizioni di centro e centrosinistra, sia i trionfanti della maggioranza, quelli pentastellati che giurarono di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Tutto come prima. Tonno come prima. No. Non è tutto come prima.
Il “prima” politico ha portato al grande ribaltamento che ha insufflato negli elettori la speranza di un’età dell’oro della non-politica con un piglio rivoluzionario, ma all’italiana.
Ecco che giorno per giorno, discorso per discorso, balordaggine per balordaggine ci si va accorgendo che un cambio d’uomini e donne e la mutazione del linguaggio non significano rinnovamento, idoneità, riforme, soluzioni.
VAFFA INCOMPIUTO
Temo che alla fine dell’avventura saremo testimoni di un vaffa incompiuto, perché molti papaveri e una moltitudine di sottopapaveri pentastellati ora al potere non conoscono parole altre e oltre. Certa modestia si contrattualizza con il leghismo militante che dalla terraferma lombarda è diventato monouso navale e marino.
Nel mentre lo sgretolato Pd insiste sugli stessi temi sui quali è stato sconfitto, con analoghe parole, gli identici uomini. C’è un problema d’uomini. E della loro sostanza. Li avete visti muoversi, esprimersi, trattare, decidere, comunicare? Il livello è divertente e deprimente, e – pecco di personalismo – non posso credere che loro siano speculari al Paese, rappresentare l’Italia dei talenti. E non è giusto attendere la prossima serie di serate televisive di Maurizio Crozza per assistere all’abbattimento di tanto fior fiore politico con botte di satira.
PARLARE E FARE
Gli eminentissimi alla fine dell’Ottocento (neo-unitario, popolato da idealisti e ideologie nascenti e combattive) erano eletti o nominati per davvero. I deputati all’origine erano indicati dal partito che selezionava dall’alto, scremava, formava dal basso.
Era gente che sapeva fare e parlare. I senatori venivano scelti dal re tra il meglio del Paese. Quelle erano le Camere del “c’era una volta”, certamente vecchio e classista, ma impegnato non solo nella rappresentazione del Paese, ma anche nel suo progresso. Per raggiungerlo, per “farlo”, servono sacrificio, cultura, idoneità. Non un blog o un voterello online. È giusto pagare tanto la politica e i politici. Ci fossero.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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