Punto nascite, sperimentazione ad Asiago Una speranza anche per il Sant’Anna
Le condizioni geografiche consentono la deroga. Le Cicogne: «Simile al nostro ospedale, la strada è la rotazione d’équipe»
cASTELNOVO MONTI. Anche se non sono al momento direttamente coinvolti, ci sono elementi interessanti anche per i punti nascita del’Appennino emiliano chiusi ormai dall’ottobre 2017 – Castelnovo Monti, Pavullo nel Frignano (Modena) e Borgo Val di Taro (Parma) – nell’ambito dell’ampio dibattito che a livello nazionale si sta sviluppando. Sta arrivando un po’ ovunque all’atto pratico la direttiva dello scorso governo (che di fatto accoglie le indicazioni dell’accordo Stato – Regioni de 2010) per la chiusura di oltre 550 punti nascita in tutta Italia con volumi inferiori ai 500 parti annui. Una fase che però ha visto una eccezione che può rappresentare un precedente, con il punto nascita di Asiago mantenuto aperto nonostante conti meno di 100 parti all’anno.
IL CASO ASIAGO. Proprio in Veneto il dibattito è molto vivace: la commissione ministeriale nazionale ha dato indicazioni per la chiusura di quattro punti nascita sotto i 500 parti l’anno. Le indicazioni sono contenute nella relazione di Andrea Urbani, direttore generale della programmazione per il dicastero della Salute, che suggerisce la chiusura de servizio a Valdagno, Trecenta, Piove di Sacco e Adria. Una indicazione che, però, ha suscitato la contrarietà de governatore Luca Zaia, che ha chiesto un incontro al ministro Giulia Grillo per evidenziare l’importanza di questi servizi per i rispettivi territori e il buon grado di sicurezza che offrono, al di là del numero annuo dei parti. Nella stessa relazione ministeriale che suggerisce la chiusura dei quattro punti nascita citati, ce ne sono altri due, con numeri molto bassi, per i quali si aprono prospettive diverse e apparentemente innovative: in particolare viene riconosciuta la peculiarità di Asiago, con tre obblighi nei riguardi della Regione per mantenere il reparto, ovvero che le gravidanze a rischio siano dirottate a ospedali di livello superiore, vengano accolte nel punto nascita solo donne con gravidanze non inferiori alle 34 settimane, siano rispettati gli altri requisiti di sicurezza previsti. Ogni sei mesi la Regione dovrà inviare a Roma al ministero una relazione. Stesse indicazioni per Pieve di Cadore: anche in questo caso le gravidanze a rischio per la mamma e il bambino dovranno essere dirottate a un centro di livello superiore. Una sorta di sperimentazione dunque che arriva direttamente dalla commissione del ministero e che sembra ricalcare in parte la suddivisione già radicata da tempo per gli ospedali, tra Hub e Spoke, ovvero ospedali di primo livello nelle città e ospedali periferici. Ma tutto starà nel valutare la validità di questa proposta, soprattutto in casi, rari ma possibili, in cui si verifichi una emergenza anche nel corso di una gravidanza definita a basso rischio.
COME AL SANT’ANNA. Intanto però anche il comitato “Salviamo le Cicogne” ha espresso interessamento e un plauso a questa scelta, sottolineando le molteplici similitudini tra Asiago e il Sant’Anna per i tempi di percorrenza verso il principale ospedale di riferimento e dalle borgate più distanti del crinale. Altre similitudini sono riscontrabili nelle indicazioni contenute nella relazione di Urbani, che per Asiago sostiene che a suggerire il mantenimento è «la presenza di Comuni con disagio orografico di livello medio-alto e altezza di 1200 metri sopra il livello del mare, che acuiscono soprattutto d’inverno il disagio legato ai tempi di percorrenza in Punti nascita alternativi. Al fine di superare la bassa natalità come elemento ostativo alla sicurezza per la ridotta esperienza dei professionisti, è necessario implementare un collegamento con il centro Hub di riferimento (Vicenza), per consentire una rotazione del personale».
Quella rotazione delle equipe che per l’ospedale Sant’Anna è stata indicata più volte come la possibile soluzione per mantenere aperto il punto nascita. —
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