«Ha dato voce nel senso più ricco al teatro civile»
IL PREMIOSi intitola “L’estranea di casa”, portato in scena da Raffaella Giancipoli per il “Kuziba Teatro”, lo spettacolo vincitore del Festival di Resistenza, giunto alla diciassettesima edizione....
IL PREMIO
Si intitola “L’estranea di casa”, portato in scena da Raffaella Giancipoli per il “Kuziba Teatro”, lo spettacolo vincitore del Festival di Resistenza, giunto alla diciassettesima edizione. La giuria ha assegnato il secondo premio a Italianesi – “Scena verticale” – e una menzione speciale a “Le sorelle prosciutti”. Una storia vera, dei “Teatri reagenti”. Il pubblico, che come di consueto si è espresso col voto dopo ogni rappresentazione, ha scelto infine “Questa è casa mia. Dolor hic tibi proderit olim”, scritto e interpretato da Alessandro Biasioli.
Ero in giuria, e perciò mi astengo da considerazioni sui singoli lavori; posso però dire che il Festival nell’insieme – un elogio alla Commissione selezionatrice – ha confermato la crescita avviata dalle edizioni passate, qualificando la rassegna del Museo Cervi come uno degli appuntamenti teatrali estivi di maggior valore.
Sulla copertina del programma è riportata una frase di Orson Welles:« Il teatro resiste come un divino anacronismo». Già. Il maestro americano sembrava dare al termine anacronismo un senso negativo rispetto alla travolgente irruzione del cinema, invece avrebbe con la sua stessa opera – debitrice di Shakespeare in primis – esaltato le grandi possibilità del teatro: come tale, e nel rapporto con le altre arti di spettacolo.
Il Festival ha dato voce, secondo la propria linea, a quello che, nel senso più ampio e ricco, viene definito come “Teatro civile”. Le questioni dei migranti, del lavoro e delle sue spesso drammatiche trasformazioni, della guerra e della prigionia, del rapporto fra ricerca e usi militari, delle catastrofi e degli scandali che troppo spesso le accompagnano, hanno animato il palcoscenico e, lodevolissima novità, i dibattiti post-spettacolo.
Ciò che si è colto è una condivisa capacità di distinguere fra valori specificamente teatrali e importanza dei temi e dei problemi che, nel bene e nel male, ogni spettacolo aveva sollevato. In ultima analisi il bisogno di riallacciare confronti troppo a lungo delegati e sempre più spesso in balia della stoltizia mediatica. Con l’augurio che le esperienze possano sempre più scambiarsi territorialmente, e creare utili rapporti di sensibilità socio-culturale e pensiero (cioè politica in senso nobile) chiudo con un plauso al Museo Cervi, al pubblico appassionato e ai teatranti che, non si dimentichi, onorano la propria vocazione con “fede”, ostinazione e vera fatica. —
TULLIO MASONI
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