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Il pentito Valerio “sfiducia” il suo avvocato

E.L.T.
Il pentito Valerio “sfiducia” il suo avvocato

Il collaboratore di giustizia cambia nelle battute finali il difensore dopo le opposte considerazioni sull’esistenza del clan

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REGGIO EMILIA. «Volevo dare comunicazione che revoco l’avvocato Falciani. Nominatemene uno d’ufficio». Antonio Valerio chiude così il rapporto con il suo avvocato del foro di Firenze Alessandro Falciani. Ieri mattina, in apertura di Aemilia - il processo contro la ’ndrangheta al nord - il pentito ha revocato il mandato al suo legale, il quale, a fine maggio, durante le sua arringa, aveva negato l’esistenza di una cosca a Reggio Emilia, sconfessando quanto detto in lungo e in largo invece dal suo stesso assistito. Valerio non ha spiegato il motivo di questa sua volontà, espressa dal sito protetto durante l’udienza, ma il rapporto con il legale avrebbe risentito delle diverse prese di posizione nella fase delle considerazioni finali del processo, che è ormai alle sue ultime battute.

la nuova difesa. Valerio, chiedendo la parola in videocollegamento, ha quindi informato della sua decisione e chiesto di essere assistito da un avvocato d’ufficio. A metà udienza ha richiesto la parola informando di aver nominato quale nuovo avvocato di fiducia Civita Di Russo del foro di Roma. Anche in questo secondo passaggio il collaboratore di giustizia non ha quindi dato spiegazioni sul cambio ma non è difficile ipotizzare che non abbia digerito l’arringa tenuta dal legale alla fine dello scorso maggio. Falciani ha infatti sostenuto la tesi - cavalcata per la verità da quasi tutti i legali degli imputati - che in Emilia non ci sia mai stata un’associazione a delinquere di stampo mafioso, ma solo «gente che in concorso fa dei reati».

NESSUN CLAN. Secondo il legale fiorentino, l’istruttoria non ha infatti dimostrato l’esistenza dei caratteri tipici del «416 bis» (appunto il reato di associazione mafiosa, ndr) ovvero l'intimidazione, l'assoggettamento e l'omertà. «Valerio, come ricorderà, ha affermato di aver partecipato a una associazione a delinquere di stampo mafioso ma gli elementi che qualificavano come tale quella consorteria erano e sono, a mio avviso, insufficienti a integrare la fattispecie di cui all’articolo 416 bis cp» aveva confermato lo stesso Falciani in una lettera inviata alla Gazzetta a corredo della notizia precedentemente uscita sul caso. Una difesa che è suonata quantomeno originale alle orecchie del pubblico in aula, che per sollevare il suo assistito ne minava le considerazioni e la credibilità in fase di ricostruzione della consorteria di ’ndrangheta.

FRONTI OPPOSTI. Valerio in diverse ore di deposizione, con migliaia di pagine di verbali e perfino con un disegno, aveva invece descritto minuziosamente l’organigramma della cosca di ’ndrangheta emiliana, gemmata da quella Grande Aracri di Cutro. «Lo difendo, ci mancherebbe altro, non posso mettere in discussione quello che lui dice, ma la valutazione se siamo in presenza o meno di una associazione mafiosa non sta alla procura, figuriamoci se sta a Valerio» aveva scritto poi Falciani: «Starà al tribunale valutarla. Potrei trovare una semplice associazione se non addirittura un concorso di persone nel reato senza stare a scomodare l’articolo 416 bis».

L’ATTENDIBILITÀ. Proprio la procura antimafia di Bologna ha sempre sostenuto l’attendibilità dei pentiti, da Valerio a Pino Giglio, che hanno fatto scattare anche nuove indagini terminate con arresti, come nel caso degli omicidi a Reggio e Brescello del 1992. —

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