Aemilia, la Consulta dà ragione ai giudici
La Corte Costituzionale boccia gli avvocati e l’Unione delle Camere Penali: «Non si sciopera se ci sono dei detenuti»
In punta di diritto, inattaccabile, gemmata da un braccio di ferro con gli avvocati di Aemilia ma ora con conseguenze per tutti i legali d’Italia. È di questa caratura la sentenza della Corte Costituzionale sulla legittimità degli scioperi degli avvocati, sollevata al processo contro la ’ndrangheta Aemilia. Una sentenza emessa ieri, secondo la quale gli avvocati penalisti non potranno più scioperare quando si celebrano processi con imputati in custodia cautelare, anche nei casi in cui questi esprimono il loro consenso al rinvio dell’udienza. Una vicenda giurisprudenziale imbracciata dagli avvocati del processo reggiano, e che poteva far saltare un anno di udienze, minando così il maxi processo con 149 imputati. La Consulta ha risolto la questione nel merito, dando ragione al collegio di Aemilia formato dal presidente Francesco Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat, che avevano fatto prevalere il principio della durata del processo proseguendo le udienze nonostante l’assenso degli imputati ai loro avvocati, che volevano incrociare le braccia contro la riforma della giustizia.
Lo stop arriva dalla Consulta che ha quindi dichiarato incostituzionale la norma di legge che, rinviando al codice di autoregolamentazione, ha consentito sinora ai difensori di astenersi dalle udienze nei processi con imputati detenuti in attesa di giudizio, se questi sono d'accordo. A scendere in campo, fino a Roma, per far valere l’eccezione di incostituzionalità, erano stati direttamente gli avvocati del processo Aemilia tramite l’Unione delle Camere Penali, con portavoce in aula a Reggio l’avvocato Luca Andrea Brezigar (membro della giunta dell’Unione e difensore di Riillo e Muto classe ’71) e l’avvocato Gaetano Pecorella, anch’egli difensore in Aemilia per Palmo Vertinelli.
La Corte Costituzionale ha emesso la sentenza in nome dell’articolo 13 della Costituzione, in base al quale soltanto il legislatore può intervenire in una materia che incide sulla libertà personale e stabilire la durata della custodia cautelare. In particolare la Consulta (relatore il giudice Giovanni Amoroso) ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2 bis della legge 13 giugno 1990 n. 146, che riconosce il diritto dei difensori a scioperare, fermo restando il necessario «contemperamento con i diritti della persona costituzionalmente tutelati», e affida alle associazioni o agli organismi di rappresentanza delle categorie interessate l'adozione di codici di autoregolamentazione.
Il tribunale di Reggio Emilia ha sollevato la questione davanti alla Consulta nell'ambito del processo Aemilia, affermando che l’imputato subisce restrizioni della libertà personale per motivi diversi da quelli espressamente considerati dalla legge.
Un ragionamento condiviso dalla Corte costituzionale che, come viene spiegato nel comunicato, «ha preso atto che l'articolo 2 bis della legge 146/90 rimanda a una regola del codice di autoregolamentazione che produce effetti diretti sui termini di custodia cautelare, in violazione della riserva di legge». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
