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Assolto per gli abusi sul figlio La sentenza viene annullata

Ambra Prati
Assolto per gli abusi sul figlio La sentenza viene annullata

La vicenda del 2010 scoperta grazie alle confidenze del piccolo alle insegnanti La Suprema Corte ha deciso il rinvio in Appello: «Vizi di motivazione»

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Padre albanese accusato di abusi sessuali sul figlio, all’epoca di 5 anni: il processo è da rifare. Il colpo di scena è avvenuto in Cassazione, dove la procura generale della Corte d’appello di Bologna ha vinto il ricorso e ha ottenuto l’annullamento della sentenza d’Appello, ultimo step di un procedimento giuridico che ha visto l’indagato – un operaio residente a Reggio – per due volte assolto. La Suprema Corte ha invece deciso di rinviare «ad altra sezione della Corte di Appello di Bologna», «incorrendo i giudici nei vizi di motivazione denunciati dal ricorrente».



La vicenda risale al 2010, quando un’ex insegnante ha segnalato alla collega le confidenze del bimbo, all’epoca di 5 anni. Il papà gli abbassava all’improvviso i pantaloni e gli baciava i genitali. Le due insegnanti si erano rivolte alle autorità, facendo scattare l’inchiesta per atti sessuali come palpeggiamenti e rapporti orali. Il padre ha sempre negato con forza: normali gesti d’affetto, ha sostenuto, anzi nelle zone rurali dell’Albania sarebbe una tradizione accarezzare i figli maschi nelle parti intime come augurio di prosperità.



Il 21 novembre 2012, a Reggio, il tribunale collegiale (presidente Francesco Maria Caruso, a latere Alessandra Cardarelli e Andrea Rat) ha assolto il padre con formula piena: il fatto non costituisce reato. Stesso esito il 19 aprile 2017 in Appello a Bologna: capofamiglia assolto, il non doversi procedere (per entrambi i genitori) per la minaccia alle insegnanti, ma con una motivazione diversa: «Assenza della componente soggettiva del reato».



L’accusa si è rivolta alla Suprema Corte sulla base di una serie di vizi di diritto e di contraddittorietà tra primo e secondo grado. Tra questi, ha sottolineato «quella lettera inviata dal Prefetto di Vlore (Albania)» che parlava della tradizione culturale, «nonostante il documento fosse non verificato e privo di autenticazione». Sull’assoluzione dal reato di minaccia, ha rilevato «la gravità della frase» rivolta all’insegnante. La Cassazione ha concluso: «Mentre il giudice di prime cure ha escluso il configurarsi della fattispecie delittuosa sulla base di una riconosciuta scriminante culturale, per escludere il dolo, il giudice di seconde cure ha invece escluso il reato, mancando nei fatti sia la condotta penalmente rilevante che il dolo, sempre alla luce della tradizione culturale dell’imputato». Entrambe le sentenze risultano «non adeguate», per la Cassazione, perché «una interpretazione culturalmente orientata», che tenga conto del «multiculturalismo», non può confliggere «con beni giuridici come la salute e l’integrità fisica» e non può essere «in contrasto con il Codice penale albanese». —



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