Gazzetta di Reggio

Reggio

Il comune sentire per la castrazione (a martellate)

Stefano Scansani
Il comune sentire per la castrazione (a martellate)

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sulla violenza sessuale al campo da baseball e sulle reazioni ad essa dei reggiani: da lex talionis

4 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. La violenza sessuale è un delitto gravissimo, odiosissimo, da condannare senza attenuanti. Ogni volta - purtroppo - capita, la comunità s’indigna, reagisce, scopre che la convivenza precipita ancora nell’orrido.

Sono episodi bestiali, come quello avvenuto accanto al campo di baseball di Reggio Emilia, domenica scorsa. Dopo trentasei ore di indagini e ricerche il responsabile dello stupro della studentessa ventiquattrenne è stato individuato e arrestato dalla polizia.

Lo ha annunciato con un tweet il ministro dell’Interno in persona, Matteo Salvini. Ora il richiedente asilo ucraino Myroslav Prayzner, 25 anni, è in custodia cautelare in carcere.

Il fatto ha scatenato tre reazioni primarie. La prima: l’emozione e lo sdegno dei cittadini. La seconda: un’amplificazione, un’attenzione alla minaccia straniera che il tweet di Salvini ha acceso, evidenziato in maiuscolo: “Ragazza violentata domenica a Reggio Emilia, arrestato un RICHIEDENTE ASILO ucraino di 26 anni. Inaspriremo leggi troppo deboli: VIA dall’Italia i clandestini delinquenti, VIA ogni forma di protezione a chi si macchia di questi reati schifosi!”.

Infine la terza: una furia vendicativa che ancora serpeggia in ogni pensiero postato sui social. Una sete di giustizia sommaria che dal subconscio passa rapida alla parola scritta, si “culturalizza” perché lo desidera il “popolo”.

Dunque, se il reato è schifoso, la fame di giustizia è da lex talionis, da legge dal taglione, quella che nel passato remoto autorizzava a infliggere al responsabile di una lesione la stessa lesione.

Occhio per occhio dente per dente, fin dal mondo babilonese di Hammurabi al Vecchio Testamento, dal diritto romano all’ordinamento germanico fino ad estinguersi – più o meno – cinquecento anni fa.

Quasi attraverso una “tortura in effigie”, digitale, centinaia di commentatori hanno auspicato per lo stupratore una serie di tormenti infernali. Quelli classici: castrazione più anatomica che chimica, con un paio di precise martellate, oppure taglio netto dello strumento; impalatura; botte in quantità senza però farlo morire, per poi riprendere la sequenza degli schiaffi; consegna del responsabile alla folla in piazza, oppure ai genitori della vittima; davvero parecchie le candidature a boia per un giorno del “datelo a me”; chiusura in gattabuia per l’“ergastolo a vita” (così è scritto), con il solito gesto finale e puntuale di “buttare via la chiave”.

Che è più un segno di lavaggio del ricordo che di soluzione del problema. Qualcuno ha invitato ad appendere il responsabile a testa in giù, “come faceva Mussolini”, con immediata retromarcia appena altri commentatori hanno rammentato che la storia andò diversamente.

Di grande contraddizione cristiana è questa nota – tale e quale - che dopo tanta truculenza rende grazie a Dio: “Se potessi farlo gli taglierei le mani e lo castrerei cosi la prossima volta stiamo sicuri che non succederà di nuovo povera ragazza ora avrà x sempre quel ricordo e per sempre paura di uscire di casa da sola ma come facciamo a vivere in un mondo del genere e dobbiamo ringraziare il signore che non l’hanno trovata morta…”.

Poi c’è chi non sa o non vuol sapere quanto le cronache, anche reggiane, siano dense di violenze in famiglia e relativi processi. Con violentatori e violentate/i di tutti i colori, razze, provenienze, storie. E c’è chi non conosce la storia antica o recente di come lo stupro era diluito, nascosto o addirittura relativizzato all’essere donna o ai comportamenti femminili ritenuti addirittura attrattivi e pericolosi: “…

A Reggio certe cose non sono mai successe”. Io preferisco il “non devono succedere oggi”, antepongo un imperativo presente piuttosto che il favolismo passato di una città d’archivio, buona e bella. Preferisco un impegno attivo di vicinanza alla ragazza e alla sua famiglia, così come suggerito in questo commento di chi ha partecipato alla passeggiata organizzata da “Nondasola” in via Petit Bon: “Noi abbiamo fatto la nostra parte di cittadini che esprimono la loro vicinanza a una persona che ha subito una violenza. Le istituzioni facciano la loro parte”.

Fare la propria parte è un invito da condividere e che riguarda la magistratura, la politica, i governanti, l’informazione e il cosiddetto comune sentire che va equivocando la richiesta di giustizia con il farsi giustizia (seppur nell’ambito commentatorio brutale e forestale dei social). Temo che anche questa gragnuola di reazioni carburi l’aggressività generale, sfiduci le istituzioni, riduca il codice penale, i giudici, i processi a optional non bastevoli.

In nome del popolo sovrano… noi ti castriamo, impaliamo, ammazziamo di botte. Basterebbero il rigore della legge, la rapidità della condanna, la certezza della pena. E niente basterebbe alla ragazza e alla sua famiglia.

s.scansani@gazzettadireggio.it

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google