Reggio Emilia, più di metà provincia è a rischio idrogeologico
Su una superficie di 2.200 chilometri quadrati oltre il 50% è a pericolo dissesto. Elevata franosità nel 13,5% del territorio
REGGIO EMILIA. Le frane e le alluvioni sono fenomeni naturali, ma i danni che ne derivano sono causati più dall’imprevidenza umana e dalla speculazione edilizia che dalla natura. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ci ricorda che anche la provincia di Reggio risente della fragilità tipica del territorio italiano, soprattutto a ridosso dell’Appennino.
L’ultima edizione del suo rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia mette in guardia contro la dissennata abitudine di costruire in zone dissestate. «Informare i cittadini sui rischi che interessano il proprio territorio – dichiarano i responsabili di Ispra – non solo è un nostro dovere ma ha un importante risvolto sociale ed economico contribuendo alla riduzione dei danni e dei costi». In molte zone del Paese la pressione demografica e il turismo hanno favorito gli abusi di un'edilizia selvaggia, spesso con la connivenza degli enti locali e l’impotenza degli organi di controllo.
Ma anche nella nostra provincia, dove l’abusivismo è rimasto entro limiti ristretti, la grande espansione delle aree urbanizzate accentua il pericolo che eventi naturali abbiano conseguenze pesanti. Lo si verifica, ad esempio, con il sistematico allagamento dei sottopassi dopo i temporali. Il fatto è che la nostra provincia, come il resto della regione, presenta il più elevato pericolo di alluvioni riscontrabile in Italia.
La nostra pianura si definisce alluvionale perché colmata e modellata nel corso dei millenni dalla terra trasportata a valle da fiumi e torrenti soggetti a frequenti esondazioni. La maggior parte del territorio provinciale, costituita dalla pianura e dai fondovalle, è classificata dall’Ispra “a rischio idraulico”: su 2.291 chilometri quadri, 133 (il 5,8%) sono a rischio elevato, 1.058,7 (il 46,2%) a rischio medio e 580,7 (il 25,3%) a rischio basso.
Sono dati in linea con quelli dell’Emilia-Romagna, dove l’11,1% del territorio è a rischio idraulico elevato, il 45,7% a rischio medio e il 35,5% a rischio basso. La media italiana è molto più ridotta. Il rischio elevato riguarda il 4,1% del territorio nazionale, il rischio medio l’8,4%, il rischio basso il 10,9%. Le stesse regioni del Nord Italia che occupano il resto della pianura padana, Piemonte, Lombardia e Veneto, non corrono lo stesso pericolo di essere inondate dal Po e dai fiumi che scendono imponenti dalle Alpi.
Il resto del territorio provinciale è esposto all’instabilità dei rilievi appenninici. Basta spesso una precipitazione abbondante per rimettere in moto smottamenti che interessano la collina e la montagna reggiana. Su 2.291 chilometri quadri sono 308, pari al 13,5%, quelli a più alto rischio di frane. Ne sono classificati 128,2 a franosità molto elevata (P4) e 180,2 a franosità elevata (P3).
Inoltre se ne contano 2,4 a franosità media e nessuno a franosità moderata o compresa in un'area ad attenzione. Nell'insieme della regione, il 18,9% dei 22.452 chilometri quadri del territorio è considerato franoso e il 14,6% a franosità elevata (2.199 chilometri quadri) o molto elevata (1078 km2). Sono percentuali superiori alla media nazionale, che mostra un 8,4% del territorio a rischio di frane elevato o molto elevato e un 19,9% a franosità media o moderata.
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