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Dietro fossi e granoturco 1,3 milioni di persone

s.scansani@gazzettadireggio.it
Dietro fossi e granoturco 1,3 milioni di persone

L’Alta Velocità a Reggio Emilia pare avere una Bassa Comprensione. Cioè la città sembra ritardare ogni scalmana o progetto che approfitti del gran traffico e delle opportunità prodotti dalla stazione...

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L’Alta Velocità a Reggio Emilia pare avere una Bassa Comprensione. Cioè la città sembra ritardare ogni scalmana o progetto che approfitti del gran traffico e delle opportunità prodotti dalla stazione Mediopadana. Il nostro capoluogo sembra non voler diventare appunto la città mediopadana. Decisamente, ragionevolmente, infrastrutturalmente il baricentro della pianura. Questo argomento è così ricorrente che pare scivolar contro una resistenza. Anzi, la giro in ambito ferroviario: c’è una vocazione a perdere il treno.

Il titolo di prima pagina di venerdì è la dichiarazione d’un successo: “Stazione Medioapadana, treni e passeggeri raddoppiati in 4 anni”. Vale a dire che dal 2014 a questa parte i treni ad alta velocità che giornalmente fermano nella struttura progettata da Calatrava sono passati da 30 a 58, e gli utenti da 1.500 a 3.500. In un anno un milione e 277.500 persone vanno e vengono da Reggio. Precisamente campagna di Reggio, intesa come periferia oltre tangenziale, oltre Autosole, oltre fossi, oltre granoturco. Una folla smisurata viaggia in andata o in ritorno da Reggio. E chi la vede? Chi ne trae vantaggio turistico, d’immagine, economico, commerciale? Chi trasforma in opportunità una simile risorsa? Ninsûn. Nessuno.

La Gazzetta nel titolo di venerdì ha tinto la buona notizia con un occhiello che traduce l’incompiutezza dell’infrastruttura: “Crescita, ma disarmonica”. Cioè la stazione di Reggio Emilia AV, così bella, ardita, attrattiva per un larghissimo bacino geografico, è sostenuta da pezzulli e smemoratezze. Pezzulli intermittenti d’intervento come per il parcheggio insufficiente e non vigilato. Smemoratezze, come il raccordo della Mediopadana con la città stessa e le linee ferroviarie storiche territoriali che destano pietà o imbarazzo.

Questa è una trattazione generica, che come al solito non trova la soddisfazione di una risposta concreta, di un piano condiviso tra le istituzioni e gli enti locali. Allora provo a concentrarmi sul particolare, su un dettaglio che la dice lunga sulla passività dei centri decisionali (Comune, Provincia, Camera di commercio, organizzazioni…). E so di andare controcorrente e di essere provocatoriamente laico rispetto la memoria cattolica della Madonna della Neve, che ricorre oggi.

Credo che dalla hall della stazione Mediopadana bisognerebbe togliere la monumentale riproduzione dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci per installare uno schermo multimediale che guidi, convinca, incuriosisca, informi i passeggeri a vedere/visitare Reggio e il Reggiano. Perché altrimenti quella stazione resterà uno straordinario non luogo, appunto fra i fossi e il granoturco.

La riproduzione in cocciopesto del Cenacolo vinciano è dell’artista reggiano Giuliano Melioli. È un pannello lungo 8,8 metri e alto 4, è un diaframma fra la hall e il passaggio al primo binario. Impossibile non vederlo, impossibile non ammirarlo. Venne inaugurato sabato 18 aprile 2015 con molta folla, benedizione, applausi, con vescovo, sindaco, ministro e l’allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato in prima linea. Forte il messaggio spirituale e solidale del Cenacolo di Melioli, che scorre sotto l’affresco reinterpretato: “Un pane spezzato salverà il mondo”. Quindi aveva un senso, essendo in relazione con l’Expo ispirato al tema “Nutrire il Pianeta” e chiuso il 31 ottobre di tre anni fa. Certo, il pannello un senso ce l’ha sempre. Ma esaurito l’evento milanese, l’Ultima Cena reggiana non ha più relazione col tempo e lo spazio. Ora si circoscrive in un’immagine sacra in una stazione ferroviaria che non è (perché non esiste) la fermata di Santa Maria delle Grazie a Milano. Il Cenacolo di Melioli dovrebbe essere esposto in un luogo importante, consono, ma altro.

Mettetevi nei panni dei viaggiatori, molti dei quali reggiani autoctoni oppure a Reggio per caso, in trasbordo o pendolari che vedono Reggio neanche col binocolo. Non sanno se la città è verso il primo o il quarto binario. Non hanno idea di come arrivare a Brescello o raggiungere la Pietra di Bismantova. Alla stazione Mediopadana di Reggio non c’è Reggio.

Ecco perché servirebbe uno schermo interattivo che proponesse e raccontasse il nostro territorio geografico, naturalistico, storico, artistico, enogastronomico, dal Po agli Appennini, dalla spuma del Lambrusco al viaggio del formaggio... Su un milione e 277.500 persone che entrano ed escono dalla stazione Mediopadana una percentuale come minimo vedrebbe, memorizzerebbe, racconterebbe, tornerebbe. O al massimo avrebbe la netta percezione di essere a Reggio Emilia. E non è poco. Ai di là dei marchingegni e delle giustificazioni tecniche, burocratiche, autorizzative e amministrative che immagino già pronte, per affrontare certe imprese (promuoverci) serve sensibilità. Ripeto e concludo, per oggi: temo che vi sia una vocazione a perdere il treno. —

s.scansani@gazzettadireggio.it

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