Paga 18 euro al mese di affitto l’Isee è falso ma viene assolta
Una 35enne dimezza i redditi nella dichiarazione: le assegnano l’alloggio popolare Acer scopre il falso e denuncia ma la norma cambia e il reato viene derubricato
Una casa popolare è stata assegnata dal Comune tramite Acer con un canone d’affitto di 18 euro al mese a una famiglia che non ne aveva diritto. Questo perché, dietro l’assegnazione dell’alloggio popolare a San Prospero Strinati, si celava l’inganno: la coppia, infatti, aveva presentato un Isee falso.
Il documento che attesta il valore del patrimonio del nucleo familiare formato da madre, padre e figlioletto, era stato creato ad arte dimezzando il reddito della coppia, che è così riuscita a strappare l’assegnazione a un’altra famiglia in lista d’attesa.
Il processo che ne è scaturito poi, su denuncia di Acer, grazie a una modifica della norma è stato vinto dalla coppia.
Il Comune di Reggio Emilia ha approvato il regolamento con tutte le modalità per poter accedere alle case popolari di Acer. Le tariffe sono stabilite con un tabellario e chi si trova in condizioni disagiate paga meno. La famiglia in questione, assolta poi in tribunale, deve essersele lette bene e ha presentato richiesta tramite la donna di 35 anni (poi rinviata a giudizio). Siamo nel 2012 e la madre presenta ad Acer la famosa dichiarazione Isee per ottenere sia l’alloggio popolare sia il canone calmierato. È sposata, nata a Reggio, e ha un figlio. Grazie al quasi dimezzamento dei redditi del suo nucleo familiare – passati da 22mila nella vita reale a 12 mila euro nell’Isee – ottiene la casa e il canone al massimo dell’agevolazione. Grazie a quel falso in atto pubblico paga il minimo: 18 euro al mese.
Proprio lo stesso regolamento del Comune studiato per avere la casa, prevede che Acer effettui dei controlli a campione. La donna viene infatti pizzicata in fallo, Acer la denuncia e la guardia di finanza, su mandato della procura, indaga, scoprendo il falso. La donna, infatti, lavorava anche se senza contratto indeterminato, che aveva invece il marito operaio. Viene accertata la modifica sia dei redditi annuali, sia di quelli mensili. Da lì la procura emette un decreto penale di condanna verso la donna, che tramite l’avvocato Ernesto D’Andrea fa però opposizione.
Si apre così il processo con il rinvio a giudizio dell’imputata accusata per falso in atto pubblico. D’Andrea ricorre alla sentenza a sezioni unite della Corte di Cassazione, che ha assorbito il reato nella più tenue forma dell’indebita percezione di erogazioni pubbliche sia da parte dello Stato sia parte di enti pubblici. Tramite il raggiro la donna era riuscita a risparmiare 1.026 euro di canoni: secondo la norma, però, non è più un reato se il raggiro non supera i 4mila euro, ma è un illecito amministrativo che non può essere perseguito penalmente. La donna viene assolta dal giudice La Nave e in sede civile va prescritta.
Nel frattempo la famiglia ha cambiato comunque casa, potendosene permettere una, vincendo poi la causa. —
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