Gazzetta di Reggio

Reggio

Tanti migranti, negli anni ’50 e ’60, dal Crinale hanno scelto la Liguria in cerca di fortuna per le loro famiglie e di un lavoro stabile 

Quel legame che unisce Genova alle genti del nostro Appennino

Adriano Arati

IL COMMENTOUna montagna ferita. Il terrificante crollo del ponte sull’A10 a Genova ha lasciato un segno profondo nell’Appennino reggiano, da decenni legato alla Liguria da un filo profondo scavato...

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IL COMMENTO





Una montagna ferita. Il terrificante crollo del ponte sull’A10 a Genova ha lasciato un segno profondo nell’Appennino reggiano, da decenni legato alla Liguria da un filo profondo scavato dalla migrazione.

In queste settimane di ferie, in ogni paese della montagna reggiana o quasi si possono trovare persone che vivono abitualmente in Liguria, che tornano a casa per le ferie e per rivedere i parenti.

Ieri, nelle ore di dolore e di incertezza dopo il crollo, la tensione e la preoccupazione erano fortissime, assieme alla caccia alle poche informazioni disponibili su vittime e superstiti, e sulla ferita inferta a una città già segnata negli anni da alluvioni e problemi idrogeologici.

Telefonate, chiamate ai vicini e agli amici, ricerche su Facebook e altri social network. Tutto faceva brodo.

Ma perché questo filo così robusto? La nostra montagna è stata a lungo una terra estremamente povera da cui tante persone partivano in cerca di lavoro e di miglior fortuna. E nel secondo dopoguerra, la meta prediletta era proprio la Liguria con le sue città portuali, con i suoi cantieri e le sue fabbriche in cui trovare occupazione.

Se tante famiglie reggiane hanno vissuto la migrazione verso Torino e Milano, infatti, quelle montanare hanno spesso virato su Genova, terzo fulcro del triangolo industriale degli anni ’50, e sulle altre città affacciate sul mare, La Spezia in primis e anche Savona. Il motivo era principalmente geografico.

Dal Crinale, in epoche di collegamenti certo non rapidi come oggi, il tempo necessario a raggiungere la Liguria usando i passi verso la Toscana era inferiore rispetto a quello richiesto per andare verso la pianura Padana.

E le vie di commercio e di transito fra Emilia, Liguria e nord della Toscana erano chiare e definite, aperte e funzionanti da millenni. Gli anni ’50 e ’60 hanno visto fortissime ondate migratorie verso i poli industriali liguri, prima che fosse proprio l’Emilia a trasformarsi in meta di migrazione, dopo essere diventata a propria volta una delle principali aree industriali europee. I rapporti costruiti in quel periodo sono ancora molto forti. Numerose famiglie originarie in particolare delle zone di Crinale hanno passato la loro vita in Liguria mantenendo però un caposaldo nella terra natale, con abitazioni e terreni, oltre che con i parenti rimasti. E nei decenni sono sempre tornati a casa, almeno nei periodi festivi, portando con sé i loro figli e i loro nipoti, costruendo così un legame che va oltre le generazioni coinvolte in origine. Oggi, molti migranti dell’epoca hanno fatto il percorso inverso, per trascorrere la vecchiaia in Appennino, ma le loro famiglie sono rimaste in Liguria. Impossibile vivere serenamente le incertezze generate dal crollo. —

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