Quando la Chiesa è stata a un passo dall’eleggere un papa reggiano
Nel 1978 il cardinale Pignedoli sfiorò il soglio di Pietro Lo storico Melloni svela i retroscena dei due conclavi
REGGIO EMILIA Quarant’anni fa un eminente reggiano rischiò di salire sulla vertiginosa cattedra di San Pietro. Era Sergio Pignedoli, cardinale di Santa Romana Chiesa. Il suo nome è citato, fra quelli dei pochi che si contesero l’elezione, da un altro concittadino, Alberto Melloni, docente di storia del cristianesimo nell’università di Modena e Reggio e componente dell’Accademia dei Lincei, nel servizio “L’anno dei tre papi” pubblicato a puntate nei giorni scorsi dal quotidiano La Repubblica.
Melloni ha esplorato le carte dell’ambasciata francese in Vaticano per ricostruire i retroscena dei due conclavi che nel 1978, dopo la morte di Paolo VI (Giovanni Battista Montini), portarono alla proclamazione di Giovanni Paolo I (Albino Luciani) e, appena un mese più tardi, di Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla). Secondo la sua ricerca, dalle relazioni dell’ambasciatore George Galichon e di altri diplomatici d’Oltralpe si ricavano acute osservazioni sulle manovre che anticiparono le due assise, giudizi trancianti sui candidati e previsioni circostanziate sugli esiti delle votazioni.
Il nostro Sergio Pignedoli, venerato nella natia Felina e sostenuto allora dalla grande popolarità guadagnata anche all’estero grazie alla pluriennale attività di nunzio e delegato apostolico, non vi fa una grande figura.
L’ambasciata francese accreditata in Vaticano presso Villa Bonaparte comincia a interessarsi alla successione di Paolo VI fin da quando, nel ’77, Giovanni Battista Montini sembra presentire la fine e ordina quattro nuovi cardinali fra cui Joseph Ratzinger e l’arcivescovo di Firenze Giovanni Benelli, suo ex-sostituto che sembra l’erede designato. Fra gli altri papabili Galichon menziona anche Pignedoli, amico di lunga data e seguace di Montini, giudicandolo “charmeur (affascinante) ma superficiale”.
«I francesi – sottolinea Melloni – avevano in mente la superficialità con cui, essendo responsabile della segreteria per i non cristiani, aveva firmato in Libia una dichiarazione in lingua araba non accettabile per i cristiani». Luciani, invece, è definito dall’ambasciata francese “dottrinale e fermo”.
Dopo la morte di Montini, il 6 agosto 1978, il “totopapa” impazza. I diplomatici francesi valutano giustamente che i tempi non sono maturi per un pontefice straniero e che gli ultraconservatori, fra cui Giuseppe Siri, sono tagliati fuori. Escludono sostanzialmente, oltre a Baggio, anche Pignedoli, che a loro giudizio “ha possibilità mediocri”, mentre Luciani è elogiato come “buon pastore che ha un vigore teologico ben conosciuto e l’autorità di due predecessori (Pio X e Giovanni XXIII, come lui patriarchi di Venezia)”.
Nel conclave del 25-26 agosto si delinea nella prima votazione uno scontro fra Siri, il più votato, e gli altri candidati, fra cui Pignedoli. Nella seconda Luciani guadagna consensi. La sua elezione nella quarta votazione è favorita proprio dalla mossa chiave di Pignedoli che si sposta su Luciani e lo intronizza, facendo convergere su di lui i suoi voti. Pignedoli, però, non esce di scena. Anzi, guadagna un ruolo di primo piano nella partita giocata alla fine di settembre dopo l'improvvisa, prematura scomparsa di Giovanni Paolo I. Lo favorisce un’incauta intervista rilasciata da Siri, che sottrae all’arcivescovo di Genova molte simpatie, facendolo apparire come campione dell’ala anticonciliare. Così nel conclave Pignedoli arriva a contendere a Giovanni Benelli il ruolo di candidato dello schieramento progressista, guadagnando molti consensi in quel campo. Alla fine, tuttavia, fra i due contendenti prevale a sorpresa il polacco Woytjla.
«Rimase celebre – osserva Melloni – la dichiarazione del cardinale Pellegrino: abbiamo visto cadere le stelle. Fra i candidati montiniani i francesi propendevano per Benelli, ma Pignedoli aveva ottime credenziali. Veniva da una grande stagione di rinnovamento e dall’Università Cattolica di padre Gemelli, fucina della futura classe dirigente. Inoltre era entrato nel servizio diplomatico vaticano come erede del cardinale Raffaele Scapinelli di Leguigno (già professore di diritto canonico nel seminario di Reggio e poi ai vertici della nunziatura apostolica e della curia pontificia fino alla morte avvenuta nel 1933, ndr)». —
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