Cirsi Tecno e Ferrarini, poi Fiere e leadership Mediopana: ecco le priorità per rilanciare l’economia reggiana
Dalla salvezza della ditta dei prosciutti fino al necessario rilancio dell'area nord, Reggio Emilia è alla prese con un complesso percorso di risalita dopo il crollo delle grandi cooperative
REGGIO EMILIA Un’infezione finanziaria intacca una potenza industriale infarcita di debiti mettendo in ginocchio una porzione importante dell’agroalimentare italiano che imbandisce le tavole di mezzo mondo. È la parabola vissuta in questi mesi dal gruppo Ferrarini: 800 dipendenti ora da salvare, in cassa integrazione e con due concordati depositati in tribunale per ridurre il peso di oltre 250 milioni di debiti che fiaccano un’azienda che produce prosciutto cotto, crudo di Parma, Parmigiano Reggiano, lasciata a piedi anche dalla débacle delle banche venete, di cui la famiglia Ferrarini era in parte cliente e in parte azionista.
Vicenda emblematica della lunga coda della crisi del 2012, scoppiata e non ancora del tutto sopita. Ha portato prima di tutto al crollo dell’edilizia reggiana, che a cascata ha distrutto parte consistente della ricchezza della cooperazione rossa, con una perdita secca di posti di lavoro e di fiducia anche nel tessuto sociale.
Ora, al ritorno dalle ferie, riaprono le fabbriche reggiane sopravvissute e più forti, un ecosistema industriale che alimenta un export da record, oltre 10 miliardi l’anno, che fa di Reggio Emilia una delle locomotive delle meccanica ad alto valore aggiunto, minacciata però dall’ondata di protezionismo internazionale e guerre commerciali che potrebbero zavorrare la ripresa generale che si va già raffreddando nell’ultimo trimestre. La ricchezza quindi non basta: l’export potente non ci ha messi al riparo dallo shopping di aziende reggiane da parte di multinazionali estere, la politica sembra più debole in attesa di stabilire nuovi equilibri, anche a livello locale.
L'INFEZIONE DA CURARE La crisi Ferrarini è entrata nel vivo e nemmeno al tempo del crac delle coop rosse Coopsette e Unieco si era mai vista una partecipazione così folta da parte della politica locale, soprattutto perché in questo caso si tratta di un’azienda privata. Ai tavoli di concertazione si sono presentati dal sindaco di Reggio ai rappresentati dei 5 stelle.
Questo anche perché, nella testa di tutti, la Ferrarini è da salvare. La palla è però in mano alla famiglia e alla sua leader, Lisa Ferrarini, che sta cercando un partner e non vuole vendere. Prova ne è il niet ai 100 milioni messi sul tavolo da due fondi per il 90% della capogruppo. L’azienda porta il suo nome e non sembra nemmeno intenzionata a perdere peso sullo scacchiere di Confindustria, di cui è già vice presidente nazionale con delega per l’Europa.
La crisi industrial-politica di Ferrarini è stata preceduta da quella della Artoni Trasporti di Guastalla, società reggiana della logistica, protagonista di un mega crac e ora in amministrazione straordinaria con 1.600 creditori col fiato sul collo. Il rosso collezionato in cinque anni, dal 2011 al 2015, è in totale di 150 milioni di euro. L’azienda da 580 dipendenti e 2.300 addetti nell’indotto era in mano ad Anna Maria Artoni, altra reggiana diventata una punta di diamante delle passate giunte di Confindustria, ora alle prese con le procedure in tribunale. Ferrarini e Artoni sono cresciute sotto l’egida di Stefano Landi, anche lui alle prese con il risanamento dell’azienda di famiglia. Un blocco di potere nella politica industriale reggiana ormai indebolito, fino a qualche anno fa alternativo a quello messo in mano all’architetto Mauro Severi, presidente uscente di Unindustria, espressione della famiglia Maramotti (Max Mara e Credem) che resta egemone nei rapporti di forza a Reggio Emilia, sostenuta dai padri nobili dell’economia reggiana.
L’altra grande partita industriale e finanziaria si sta giocando tra Gualtieri e il ministro dello Sviluppo economico. Al centro ci sono i 300 posti di lavoro della Tecno, fondamentali per l’economia reggiana e in particolare per la Bassa. L’azienda che produce piani per cucine deve essere rilanciata tramite una iniezione di liquidità per preservarne la continuità aziendale. Ma la strada sembra sempre più in salita.
LA PARTITA DEI DAZI Se andate in giro a chiedere agli imprenditori reggiani cosa gli spaventa di più, c’è sicuramente la politica estera. L’aria di chiusura e i dazi paventati in primis dagli Stati Uniti, rischiano di allontanare sbocchi rilevanti. La meccanica è in allerta, le ceramiche - che stanno facendo soldi a palate con la ripresa dei mercati mondiali - sono spaventate. Un esempio recente è la crisi della Turchia, che fra i Paesi extra-Ue occupa il quarto posto dopo Usa, Cina e Russia per merci acquistate. Sono infatti un centinaio le imprese della provincia di Reggio Emilia che intrattengono rapporti commerciali per un valore complessivo di scambi di quasi 320 milioni di euro, di cui 165 milioni di esportato e 155 di importato. La stretta americana e i problemi interni stanno ingessando le commesse. Lì vendiamo macchine destinate all’agricoltura e silvicoltura, apparecchiature fluidodinamiche, pompe e compressori: le nostre eccellenze. Perdere il passo significa ridurre forza lavoro e investimenti: il contrario di quanto ci si prospetta.
L'ATTACCO L’indebolimento delle aziende-laboratorio reggiane - quelle che innovano “in casa” ben prima dei Tecnopoli - porta alle scalate dall’estero. Mentre Montipò con la sua Interpump è uno dei pochi esempi di consolidamento reggiano per linee esterne, Nuova Castelli, Brevini, Cellular Line e Meta System sono gli esempi di vendite a gruppi esteri. Bisogna tenere conto che il valore aggiunto provinciale dovrebbe fermarsi per il 2018 all’1,2%, cioè mezzo punto al di sotto del dato ipotizzato nelle stime precedenti (+1,7%).
La disoccupazione è vicina al 5%, valore pre-crisi, ma non servono iniziative anche di largo respiro. Ed è qui che si inseriscono nodi come le Fiere, che fanno gola a una vasta cordata di imprenditori reggiani fiaccati però dall’iter di liquidazione. Una struttura incastonata nel “chilometri d’oro” che tocca l’area nord, chiave di volta per Reggio, che punta a diventare la capitale Mediopadana, dove stanno giungendo proposte milionarie per un nuovo risiko immobiliare. L’unico difetto è l’effetto bolla, già pagato a caro prezzo negli ultimi sei anni dai reggiani. —
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