Gazzetta di Reggio

Reggio

Frodi e riciclaggio, sequestrati 234 milioni

Evaristo Sparvieri

Maxi inchiesta dei finanzieri di Reggio e Bologna, coordinati dalla pm Salvi: 110 le persone indagate. Nuovi guai per Foroni

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Un totale di 114 fabbricati, 38 terreni, 48 automezzi, quote di partecipazione in società e saldi attivi di rapporti bancari, per un sequestro preventivo per equivalente di beni pari a 234 milioni di euro. E poi: 110 persone indagate in tutta Italia, con decine di società coinvolte fra Emilia, Lombardia, Piemonte e Liguria, perquisizioni in tutta Italia e false fatturazioni accertate per 900 milioni. Sono i numeri dell’operazione Evasion Bluffing, condotta dalla Guardia di Finanza di Reggio e Bologna, che ha smantellato un’associazione a delinquere ritenuta responsabile a vario titolo di reati di natura fiscale e fallimentare, dal riciclaggio alla truffa ai danni dello Stato fino alla bancarotta fraudolenta.



Fra le persone coinvolte, professionisti, imprenditori, consulenti e prestanome. Promotore dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, il 49enne di Castelnovo Sotto, Maurizio Foroni, considerato al vertice di un sistema di false fatturazioni e frodi carosello che orbitava attorno alla reggiana New Line, dichiarata fallita nel luglio 2015. Foroni, nel 2015 al centro dell’Operazione Plafond, era già stato colpito da misure patrimoniali nell’inchiesta condotta dalla Finanza di Modena. È l’inchiesta in cui, nella New Line, secondo l’ordinanza spuntò una stanza-bunker piena di soldi.



Il nuovo blitz è scattato ieri all’alba. La nuova misura patrimoniale, per una cifra pari a 234 milioni, è stata disposta dal gip di Reggio, Luca Ramponi, nei confronti di 15 dei 110 indagati, su richiesta della pm Valentina Salvi, che ha coordinato le indagini.



I reati contestati vanno dal 2010 al 2015. Le indagini sono scattate nel 2011 a Bologna in seguito a una denuncia presentata da un imprenditore finito nella rete. Di lì altre segnalazioni, fino al punto in cui l’inchiesta bolognese ha finito per convergere con quella parallela della Finanza reggiana. Per i finanzieri, le frodi prevedevano l’uso di società “fantasma” e false fatturazioni nelle transazioni economiche tra soggetti comunque controllati dall’organizzazione. Inoltre venivano rilevate società in crisi alle quali veniva offerto un aiuto per evitare il fallimento. In cambio, queste ditte venivano utilizzate per intestare alle stesse false fatture emesse dalle cosiddette società “cartiere”. In questo modo si potevano ottenere, a seconda dei casi, o crediti di imposta fittizi, per la compensazione con altri debiti reali (tributari, previdenziali o assistenziali) oppure, tramite il meccanismo delle “frodi carosello”, venivano acquistati beni senza pagare l’Iva, poi immessi sul mercato a prezzi concorrenziali. Terminato il loro “ciclo vitale” solitamente della durata di qualche anno, le aziende al centro delle false fatture venivano infine intestate a prestanome o nullatenenti e trasferite di sede all’estero, specie in Inghilterra e Portogallo, per renderne più complessa l’individuazione in caso di controlli.



Un compito questo che spesso passava proprio dalle mani dei professionisti finiti sotto indagine, cinque dei quali consulenti contabili di Reggio, Modena e Pesaro-Urbino, il cui ruolo era garantire un’apparente normalità per operazioni illecite e non attirare l’attenzione delle Fiamme Gialle.—



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