Anche il Papa si aggiorna (ma il Pd no)
L'editoriale del direttore, Stefano Scansani, sul tema dell'immigrazione e dell'accoglienza
REGGIO EMILIA. Ancora il Pd non si disincaglia dalle posizioni e dal linguaggio per i quali ha perso le elezioni. Ed è inutile e patetico che i vertici replicanti dei democratici dicano che serve tempo, che bisogna elaborare il lutto, che prima o poi si farà il congresso. Mentre lo spaesato Pd è lì che rimugina ribalbettando ciò che ha mandato in crisi di rigetto gli italiani, il Papa ha rettificato la sua predicazione sui migranti. Il Papa sopravanza il Pd.
“Accogliamoli tutti”. Anzi, no. I mormoratori sono convinti che Bergoglio abbia corretto la sua sollecitazione universale (senza limiti) in primo luogo perché è un fatto fenomeno inapplicabile in Terra.
In secondo luogo perché i sondaggi sul gradimento pontificio sarebbero andati calando anche per il solidarismo illimitato.
Ecco allora che il Papa il 27 agosto, di ritorno dall’Irlanda, ha rimesso ordine al suo pensiero che per i migranti coincideva con un astratto lasciapassare mundial: “L’integrazione è la condizione per accogliere e ci vuole la prudenza del governante su questo, per accogliere quanti possono essere integrati e se non si può integrare è meglio non ricevere”.
Il Papa si è così espresso subito dopo la soluzione vaticana-episcopale della nave Diciotti, finita com’è finita: una novità in virata sia sul volo che lo riportava a Roma (ama dire cose determinanti ad alta quota) e in virata sulle migrazioni. Che vanno considerate, coordinate, gestite, amministrate con il discrimine dell’integrando (lo straniero), dell’integrante (chi lo ospita) e dell’integrazione che deve essere autentica, praticata e condivisa da chi arriva, “altrimenti è meglio non ricevere”.
Le braccia spalancate del Pontefice – che nel Terzo Mondo rappresentano Italia, Europa, Occidente e compagnia – ora si perimetrano in molti “però”, e in significativi limiti e distinguo.
Arrivo al dunque, al Pd, che nella stagione finale del governo Gentiloni aderiva e rispettava alla lettera l’illimitata accoglienza papale. Nell’ottobre dell’anno scorso l’allora ministro Graziano Delrio avrebbe partecipato allo sciopero della fame a staffetta per sostenere il provvedimento sullo Ius Soli. Provvedimento fortemente sostenuto dai vescovi.
Sempre nell’agosto 2017 avvenne l’“incidente governativo” fra l’allora responsabile degli Interni Marco Minniti e il titolare delle Infrastrutture Delrio sul protocollo delle Ong in attività tra Libia e Italia. Ricordate? Delrio, secondo La Stampa, avrebbe detto ai suoi collaboratori: “Io faccio il tifo per Minniti e sono contento se diventerà più popolare: ma se lui insegue la popolarità, io sono diverso”. C’erano in ballo il rigore e l’umanità, cioè due Pd in alto mare.
Ora che il nocchiero delle politiche dell’immigrazione è diventato il leghista Salvini, il confronto interno al Pd e il riverbero delle parole bergogliane fra i dem sono finiti su una secca. Anzi, mentre il Pd non trova le parole, il Papa le ha affinate arrivando prima della politica di quel partito a formulare le precisazioni. E il Pd stenta a creare anche solo una nuova sintassi. In questi mesi d’opposizione tramortita i democratici non hanno maturato una nuova posizione sul problema migrazioni. Piuttosto si sono asserragliati sull’accoglienza illimitata e di tipo universalista come controcanto alla linea inox di Salvini. Cioè il Pd insiste su ciò che lo ha sconfitto.
Regge ancora la considerazione di Delrio, anche se pare ormai passato un secolo: la scelta fra la popolarità e la diversità. Un’opzione che i vertici del Pd equivocano con populismo e umanitarismo, tanto da permanere nella loro paralisi.
Tanto da non esibire proposte nuove, tanto da non captare che anche il Papa ha modificato il registro, tanto da non capire che l’attesa di un congresso sta diventando più ansiogena del clima di un conclave. —
STEFANO SCANSANI
s.scansani@gazzettadireggio
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