Contatti e fondi neri: ora l’inchiesta si allarga
Nel mirino chi è entrato in rapporto con le “cartiere” e il filone extraitaliano delle montagne di soldi “ripuliti” e fatti sparire
REGGIO EMILIA
Mentre in udienza va in scena il mutismo degli imputati, gli accertamenti dell’inchiesta Billions – coordinata dal pm Giacomo Forte – proseguono a tamburo battente e ciò significa che il numero degli indagati (al momento una quarantina, di cui cinque agli arresti domiciliari) è destinato ad aumentare, visto che da quanto “filtra” siamo solo alla parte-1 dell’operazione.
In soldoni, l’inchiesta si sarebbe sin qui focalizzata sulle cosiddette “cartiere” (cioè le aziende che emettevano fatture per operazioni inesistenti, un “giro” in tre anni da oltre 80 milioni di euro), ma le indagini ora proseguono spedite per individuare chi è entrato in contatto con questo “mondo” marchiato dall’illegalità. E un ulteriore “ramo” investigativo a dir poco complesso sarebbe quello legato alla creazione di fondi neri – secondo quanto ricostruito da Finanza e Mobile – con l’obiettivo di dirottare montagne di quattrini in contanti (frutto di attività illecite e poi “ripuliti”) verso l’estero. Un’individuazione quella dei filoni extraitaliani che si presenta particolarmente complicata, ma non impossibile anche perché sono diventate sempre più raffinate le tecniche investigative.
La maggior parte dei quaranta indagati è di Reggio, ma ci sarebbero nomi anche di Parma, Modena, Sassuolo e Cremona. Diverse le società coinvolte, attive in diversi settori, dall’edilizia all’informatica. Una dozzina le “cartiere” solo nella nostra provincia, attorno alle quali orbitava un sistema di false fatture per quella che per gli inquirenti rappresenta un’associazione a delinquere dedita a una pluralità di reati fiscali, dalla bancarotta fraudolenta al riciclaggio al reimpiego. Ieri, intanto, sono sfilati davanti al gip Luca Ramponi (che ha firmato, insieme al collega Giovanni Ghini l’ordinanza) i cinque indagati raggiunti dalla misura restrittiva. Per il primo – cioè il cutrese 45enne Giuseppe Lerose – si è trattato dell’udeinza di convalida dell’arresto perché trovato in possesso di una carta d’identità contraffatta. «Ha chiarito i fatti – si limita a dire all’uscita dall’aula l’avvocato difensore Antonio Palazzo del foro di Matera – e abbiamo chiesto la rimessione in libertà». Il gip Ramponi deciderà nelle prossime ore.
Si sono invece avvalsi della facoltà di non rispondere tutti gli altri quattro indagati calabresi. Per loro – tecnicamente – si è trattato di un interrogatorio di garanzia. Bocche cucite per Salvatore Ruggiero (tutelato dal legale Francesca Corsi) e per i tre difesi dall’avvocato Giuseppe Migale Ranieri (vale a dire Salvatore Innocenti, Pasquale Mazzei e Giuseppe Aloi). «Le accuse vanno approfondite – spiega Migale Ranieri – poi vedremo come muoverci».
Delicata la posizione di Innocenti: è considerato figura-chiave dell’inchiesta e i suoi familiari al seguito. —
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