Il mancato hotel di Secchio è diventato un ecomostro
Nella piccola frazione di Villa Minozzo svetta tra la vegetazione il grosso edificio «Doveva essere una struttura ricettiva ma il cantiere non è mai stato finito»
VILLA MINOZZO
Da queste parti, lo chiamano “ecomostro”. O non lo chiamano affatto. Perché dopo decenni di abbandono, ci ha pensato la vegetazione a nasconderlo un po’. Ma chi capita dalle parti di Secchio - minuscola località del Comune di Villa Minozzo - non può non rimanere sorpreso, e amareggiato, nel vedere in mezzo alle casette basse, molte delle quali rimesse a nuovo e curate nonostante restino per la maggior parte del tempo dell’anno disabitate, di fronte all’imponente e incompiuto edificio che sorge nel cuore della frazione.
Cos’è? Anzi, cosa avrebbe dovuto essere? A raccontare la sua storia sono gli abitanti del paese: una ventina i residenti, gli altri sono originari di queste parti e ci tornano d’estate quando lasciano Reggio o le altre località della pianura per godere del fresco e della pace di queste parti. «Doveva essere un grande albergo» ci svela Enzo Canovi, riunito con la famiglia proprio nell’abitazione il cui giardino confina con quello che è diventato un bosco incolto, recintato con grate da cantiere. «Fu l’imprenditore Umberto Berti, oggi defunto e originario di queste parti, a partire con quest’impresa. Mio padre gli cedette parte dei terreni per farlo». Racconta di un progetto faraonico. «La struttura da quello che sapevamo doveva contenere un albergo, dei mini appartamenti da affittare e anche una bocciofila». Insomma, tutto quello che doveva servire a corriere di turisti che dalla pianura avrebbero dovuto raggiungere queste vette boscose, non lontane da quella Civago che un tempo il turismo vero lo ha conosciuto. «Sembrava una cosa bella - confida Canovi - e invece...».
Invece, quel progetto non si è mai compiuto. Scavate le fondamenta, edificato in altezza e larghezza in tutte le sue parti, quello che doveva essere il grande albergo di Secchio è rimasto uno scheletro vuoto e desolato, consumato da decenni di intemperie e immobilismo. «È diventato il nascondiglio di cinghiali, marmotte, caprioli. E in conseguenze, delle zecche...» lamenta il “vicino di casa”.
Cosa abbiamo fatto fallire il progetto che nasce non meno di quarant’anni fa, lo raccota il sentito dire. Che addita come primo motore del progetto qualche contributo pubblico figlio di un tempo piuttosto lontano, e di un entusiasmo per realizzare complessi turistici nell’appennino reggiano di cui molti hanno perso memoria. E chi parla del fallimento del progetto stesso come dovuto alle fortune alterne dell’imprenditore che lo aveva pensato, originario di queste parti, che a un certo punto ha dovuto abbandonare quella idea che oggi sembra sorprendente di costruire un impianto che avrebbe dovuto convogliare su Secchio un turismo piuttosto importante numericamente, e di conseguenza generare un indotto necessario al funzionamento della struttura ricettiva.
Niente di tutto questo si è mai concretizzato. Il progetto è rimasto fermo. Il cantiere è allestito come se dovesse ripartire un giorno o l’altro. Ma la verità la raccontano gli alberi alti che nel frattempo sono cresciuti tutti intorno. Ma “l’ecomostro” di Secchio, come lo chiamano da queste parti, svetta se visto da lontano. E l’immagine è molto desolante perché sullo sfondo, quando è sereno, proprio accanto si scorge la maestosità della Pietra di Bismantova. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
