Se l’angolo diventa un modulo Spigolandia si trasforma in idolo
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani: una piccola riflessione sul lessico del progetto di piazza Roversi, dove la chiesa e la strada sono curvilinee
REGGIO EMILIA. Dev’essere piaciuta molto (oppure ha irritato parecchio) la riflessione che ieri ho dedicato ai cantieri di piazza Roversi e piazza Gioberti. Sono giunti messaggi, segnali, commenti. Così, in onore dell’urbanistica, resto sul tema che riguarda tutti per un incalcolabile futuro. Perché se il giornale dura appunto un giorno, una scelta architettonica buona o cattiva può permanere nei secoli. Amen.
Detto questo, intendo soffermarmi sull’angle syndrome, sulla sindrome dello spigolo. Perché molte scelte strutturali ed estetiche sembrano prediligere l’angolo, il cantone, le estremità acuminate. E chi non è d’accordo o ha cercato di mettersi di traverso al progetto di riqualificazione di piazza Roversi, ha trovato proprio nello spigolo perseverante uno dei primi motivi di opposizione. C’è chi osserva che certe soluzioni taglienti, geometriche nette, non appartengono alla tradizione architettonica reggiana e men che meno allo spirito estense del cuore di Reggio (se davvero esiste).
Riguardatevi il rendering dell’associazione temporanea d’imprese Laboratorio di Architettura di Rinaldi e Casarini e dallo studio Restart di Novellara. Si è aggiudicata i lavori di riqualificazione di piazza Roversi messi a bando dal Comune nell’ambito dei fondi del progetto Ducato Estense. Per un attimo abbandonate le pulsioni per la difesa dei tre tassi, tralasciate anche gli innamoramenti per gli intonaci vecchi, l’aiuola spartitraffico d’oggigiorno, il “clima” col quale abbiamo conosciuto-vissuto lo slargo davanti alla chiesa del Cristo.
Ecco che nel rendering, cioè il risultato dei lavori in formato cartoon, emergono gli spigoli. Tanti. Angoli retti, precisi e decisi, a marcare i percorsi pedonali con un cordolo bianco. Come se non bastasse queste sagomature adunche accompagnano i marciapiedi nel loro cambio di piano. Cioè i marciapiedi saranno anche su livelli variabili.
Molti gli interrogativi al riguardo: si tratta di una soluzione che risponde all’abbattimento delle barriere architettoniche, che in verità nemmeno ora esistono in piazza Roversi? Si tratta di un esprit unicamente grafico degli architetti, dunque non indirizzato a un ruolo funzionale?
Le domande s’affollano. E sono così ricorrenti che nei giorni scorsi le abbiamo girate ai progettisti sia di piazza Roversi che a quelli di piazza Gioberti. Questi ultimi sono stati affidati allo studio di Andrea Oliva. Attendiamo le risposte.
A confermare l’angolosità del progetto-concetto c’è anche lo specchio d’acqua che è previsto davanti alla chiesa del Cristo. Anch’esso ha un perimetro poligonale, e di conseguenza è in piena sintonia con il sistema dell’alfabeto spigoloso della riqualificazione.
Uno specchio d’acqua proprio in quella posizione topografica ha un paio di giustificazioni forti: la presenza idraulica è ingrediente straordinario dell’architettura, muove le superfici, vivifica, naturalizza; in piazza Roversi è memoria dell’antico percorso del Crostolo: la vasca ne sarà la reliquia.
Così come succede nel progetto di riqualificazione di piazza Gioberti che prevede la collocazione in una vasca ellittica dell’obelisco eretto nell’Ottocento per onorare le nozze del duca Francesco V con Adelgonda di Baviera. Ancora acqua, ancora la traccia del meandro del Crostolo, quando scorreva in città, e ora è ricalcato da una strada, corso Garibaldi, in parata davanti alla Ghiara.
Il difetto sta nell’insieme spigoloso della riqualificazione di piazza Roversi, infilato dentro (proprio dentro) un sipario e una piattaforma curvilinei. Mi spiego. Così tanti angoli netti e secchi che ci azzeccano con il fondale sinuoso della barocca chiesa del Crocefisso? Non sempre il contrasto antico-moderno funziona o è apprezzato dalla sensibilità storica di chi lo vive.
Un marciapiede e una chiesa non sono un vaso di design o un comò (asportabili se non piacciono). Addirittura anche l’infilata di corso Garibaldi e di piazza Roversi che ne è il prolasso, è curvilinea. L’unica strada a meandro di questa città. Morale: angoli retti e piani inclinati dove tutto è rotondo.
Mi si risponderà che è una questione di gusti, di mia arretratezza, di difficoltà di intuizione del linguaggio contemporaneo. Anche il contemporaneo trapassa, ma in architettura resta, come il mastodonte porticato ex Isolato San Rocco progettato da Luigi Vietti all’alba degli Anni Cinquanta. Questa astronave atterrata fra piazza Vittoria e piazza Martiri resterà pure nei manuali specialistici d’architettura, ma non tra i paesaggi urbani da amare, coincidenti con la memoria condivisa d’una città.
Resto nell’area di piazza Vittoria e piazza Martiri, perché è qui che si concentra (è una personale opinione) l’armamentario lessicale dell’architettura contemporanea di Reggio city. Piazza Vittoria che è il coperchio “metallico” dei parcheggi sotterranei privati a più livelli. Piazza Martiri che ostenta il tappeto liquido della fontana e riserva la sorpresa d’ogni incomprensibile soluzione.
Essa sta dietro il monumento ai Caduti della Resistenza di Remo Brioschi, inaugurato nel 1958. La lieve discesa che porta al Palazzo dei Musei è risolta con una serie di gradini che per affrontare un’ulteriore inclinazione se ne vanno. Addirittura s’annullano. Vanno in niente, costituendo un “indefinito” architettonico e una minaccia per l’incolumità dei pedoni. Se l’angolo diventa un modulo, Spigolandia si trasforma in idolo.
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