La storia di Maurizio, il “cervello in fuga” reggiano pioniere della lotta al cancro
Importante scoperta del correggese Maurizio Scaltriti, professore associato al Memorial Sloan Kettering Cancer Center: «Miracoli non ne fa nessuno, ma è importante mettersi nelle migliori condizioni per “conoscere” a fondo la malattia»
REGGIO EMILIA. Rientrerà a giorni da New York, dove lavora dal 2013 al Memorial Sloan Kettering Cancer Center come professore associato e direttore della Scienza Translazionale, il ricercatore correggese Maurizio Scaltriti, 44 anni, classico cervello in fuga che, prima di arrivare negli Stati Uniti ha iniziato la sua carriera a Barcellona.
Scaltriti sarà nella sua Correggio lunedì 24 settembre, per incontrare i ragazzi delle scuole superiori, su iniziativa del Circolo Lucio Lombardo Radice. Inoltre, nell’ambito di un incontro organizzato la stessa sera al Palazzo dei Principi, incontrerà le autorità locali, che si stanno muovendo per bandire una borsa di studio per un giovane ricercatore che, una volta identificato, potrà fare un’esperienza proprio al Memorial Sloan Kettering di New York, dove lavora.
Sarà l’occasione per parlare delle sue recenti, importanti scoperte. Scaltriti, ci vuole anticipare qualcosa?
«Abbiamo fatto ulteriori passi in avanti nel riconoscere le vulnerabilità di alcune cellule tumorali e trovare farmaci che possano colpirle in modo mirato. Praticamente siamo sempre più impegnati sul fronte della “medicina di precisione”. Che molti tumori abbiamo mutazioni genetiche per le quali esistono farmaci specifici lo sapevamo da tempo. Però ora questo lavoro si è ulteriormente affinato scoprendone di più e migliorando i farmaci».
Ci può fare qualche esempio specifico?
«Voglio menzionarne tre. Il primo lo abbiamo appena pubblicato sul Journal of Clinical Oncology insieme al nostro team del cancro al polmone. Sapevamo che alti livelli di una proteina chiamata HER2 predice risposte terapeutiche con farmaci che, appunto, bloccano HER2. Ora abbiamo scoperto che alcuni tumori che non hanno alti livelli di questa proteina, ma che comunque hanno mutazioni che la attivano, sono altrettanto sensibili a terapie già in uso nella clinica. Lo studio è piccolo ma molto promettente.
Praticamente erano pazienti con cancro al polmone, per i quali non c’era più nulla da fare, che hanno invece risposto a un farmaco che si dà normalmente a pazienti con cancro alla mammella. Proprio sul cancro alla mammella, positivo per HER2, abbiamo scoperto che, qualora esistano anche mutazioni di questa proteina (nel 7% dei casi), la risposta a farmaci comunemente in uso potrebbe essere bassa.
Però, nello stesso studio, abbiamo capito che altri farmaci potrebbero essere più efficaci specificamente su questi casi. Questa ricerca sarà pubblicata a breve. L’ultimo studio è frutto di una enorme collaborazione all’interno del mio istituto: è basato su 2000 pazienti e abbiamo scoperto nuovi meccanismi di resistenza a farmaci comunemente usati nella pratica clinica per il cancro al seno con recettori ormonali positivi».
Che differenza c’è nella pratica clinica tra un istituto come il Memorial Sloan Kettering e altre realtà meno conosciute?
«Direi essenzialmente la massa critica per quanto riguarda il numero di pazienti trattati e medici disponibili e la mentalità scientifica nell’affrontare la malattia. Al Memorial Sloan Kettering oggi giorno sequenziamo il dna tumorale di quasi ogni paziente che trattiamo, e spesso utilizziamo queste informazioni per decidere terapie più mirate e meno tossiche.
Proprio in questo modo è stato possibile individuare possibili cause genetiche di resistenze a terapie usate in clinica. Come ripeto sempre, miracoli non ne fa nessuno, ma è importante mettersi nelle migliori condizioni per “conoscere” il tumore il più a fondo possibile. Ogni paziente ha una patologia differente e per ogni paziente può esistere una terapia differente».
Cosa si potrebbe fare realisticamente in ospedali con meno risorse?
«Si potrebbe iniziare, appunto, proponendo ai pazienti di fare ulteriori analisi genetiche. Sequenziare il dna tumorale per cercare alterazioni genetiche attaccabili farmacologicamente oggi è possibile e sorprendentemente facile.
Si può fare da campioni ottenuti in ogni ospedale e qualsiasi oncologo può richiedere queste analisi rivolgendosi a compagnie specializzate. Questa pratica è purtroppo ancora usata da pochi in Italia, spesso per scetticismo, rassegnazione o, peggio, per mancanza di informazione».
E dal punto di vista economico?
«È vero che questa analisi costa 2-3 mila euro e non assicura di trovare alterazioni genetiche attaccabili farmacologicamente, ed è pure vero che qualora si trovassero, il farmaco in questione potrebbe essere accessibile solo spostandosi. Però io lascerei la scelta al paziente, non all’oncologo.
Il professionista dovrebbe informare il paziente, mettendolo al corrente delle possibilità e delle probabilità concrete, e il paziente deciderà cosa fare. Se un oncologo vi dicesse che avete anche solo un 3-4 % di possibilità di avere una alterazione genetica che giustificherebbe l’uso di un farmaco specifico e potenzialmente efficace, non lo provereste? ».
Quindi c’e ancora un grosso divario tra ricerca e pratica clinica...
«Dipende dove. Purtroppo non posso negare che ci siano realtà di seria A, di serie B e di serie minori. E, come accennavo, non sempre questo è dovuto ai mezzi a disposizione o alla massa critica scientifica presente. Spesso è un problema di mentalità, di preparazione e di rassegnazione.
Molti oncologi considerano ancora oggi gli studi clinici sperimentali come “l’ultima spiaggia”, mentre sono proprio gli studi clinici con nuovi farmaci quelli che fanno avanzare l’oncologia. Spesso, ahimé, ricerca e clinica vanno a due velocità molto diverse».
Come giudica, invece, la realtà italiana?
«Ci sono realtà molto interessanti, con ricercatori e oncologi di prim’ordine. E Reggio Emilia è una di quelle. Però è anche vero che alcuni pazienti, per esempio, non hanno accesso a terapie specifiche per questioni geografiche o per mancanza di volontà nel fare un passo in più.
Proprio per questo motivo ho recentemente fondato, insieme ad altri due soci, una compagnia (Medendi Medical Travel) che aiuta questa tipologia di pazienti (non solo oncologici e da tutto il mondo) a fare analisi più dettagliate e a trovare la struttura sanitaria in Italia o all’estero più adeguata».
Perché tanti giovani ricercatori, come lei, se ne vanno dal nostro Paese?
«Perché sono ambiziosi e vogliono trovare le condizioni ottimali per sviluppare le loro idee e la loro carriera. Non sono legati al vecchio modello del “posto fisso” e alla mancanza di meritocrazia che tanto male fa alla ricerca. Molto spesso all’estero la ricerca si considera come un vero e proprio investimento, sia economico che sociale, e i ragazzi con talento e voglia di fare si trovano come i bambini in un negozio di giocattoli.
Ma vorrei sottolineare che il problema non è tanto che i giovani se ne vadano, ma che poi non tornano. Viaggiare e conoscere nuove realtà è fondamentale per la formazione di un ricercatore. Il problema è che spesso poi non si ha la possibilità di rientrare. Ci sono luoghi in Italia dove questo è possibile, ma sono ancora troppo pochi e ancora fortemente politicizzati».
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