Reggio Emilia, strangolò la sorella a Natale: disposta la perizia psichiatrica su Franco Govi
Perizia psichiatrica e rito abbreviato. Questo è quanto è stato deciso durante la prima udienza del processo a Franco Govi, il 71enne macchiatosi dell'omicidio della sorella Franca, strangolata in casa a Canali il giorno di Natale.
REGGIO EMILIA. Perizia psichiatrica e rito abbreviato. Questo è quanto è stato deciso durante la prima udienza del processo a Franco Govi, l'anziano 71enne macchiatosi dell'omicidio della sorella Franca, strangolata in casa a Canali il giorno di Natale.
Gli avvocati del reo confesso, Marco Fornaciari e Nico Vaccari, hanno chiesto e ottenuto dal gup Luca Ramponi di disporre una perizia psichiatrica su Govi, al fine di stabilire se sia in grado di intendere e di volere e in possesso delle complete facoltà mentali. Accolta anche la richiesta del rito abbreviato, la prossima udienza si svolgerà il primo ottobre.
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L'assassinio. . L’omicidio che ha sconvolto la frazione di Canali è avvenuto nella tarda mattinata del giorno di Natale, il 25 dicembre scorso. Verso le 12.30 Franco Govi, 71 anni, residente in un appartamento al terzo piano di via Bologna 10, ha telefonato al 118 e ha detto: «Mandate un’ambulanza e un carro funebre. Ho ammazzato mia sorella».
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Gli agenti della polizia lo hanno trovato seduto su una sedia. L’uomo ha raccontato di aver strangolato la sorella Franca, 61enne, dopo un litigio in bagno. Si stava facendo la barba quando la donna lo ha ripreso. Ne è nata una discussione, sfociata in una colluttazione che si è poi trasformata in tragedia. Un epilogo favorito da una situazione di disagio psicologico, in cui si trovavano i due fratelli.
Trasferito nella struttura dell'Ausl. Dopo una decina di giorni in carcere alla Pulce, l’anziano era stato trasferito, agli arresti domiciliari, in un’apposita struttura messa a disposizione dal dipartimento di salute mentale dell’Ausl di Reggio Emilia che già seguiva i due Govi.
E lì ha atteso il processo. Sulla misura cautelare si era incardinata una battaglia legale finita davanti al Riesame di Bologna. «Si è dinanzi sì a una persona pericolosa, ma non a un livello tale da giustificare l’applicazione nei suoi confronti del carcere» ed è difficile che uccida ancora perché riteneva la sorella «una delle cause della condizione di difficoltà esistenziale in cui versava, e non già una persona con la quale aveva avuto un alterco estemporaneo».
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Con questa motivazione il Riesame aveva aderito alla tesi dei difensori. Niente carcere, a differenza di quanto avrebbe voluto il pm Giacomo Forte – titolare dell’inchiesta – che aveva impugnato la decisione del giudice Giovanni Ghini di sostituire la detenzione in carcere con gli arresti domiciliari nella citata struttura residenziale.
Battaglia legale. Il magistrato inquirente riteneva che prima doveva essere effettuata una perizia sulla capacità d’intendere e di volere di Govi, per capire se l’omicidio fosse o meno collegabile allo stato psichico dell’arrestato. In soldoni, prima la consulenza, poi eventualmente la discussione sulla misura restrittiva.
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Del resto il pm Forte ha sempre ritenuto adeguato il carcere, avendo “dipinto” Govi nell’udienza di convalida dell’arresto come un uomo lucido e presente a se stesso, oltre che sinceramente pentito per quanto commesso. Di parere opposto i due difensori, che da sempre ritengono raggiunti i riscontri più precisi sullo stato psichico dell’arrestato e di conseguenza l’attuale collocazione è da considerare molto opportuna.
L’anziano era rimasto in carcere, in quanto il gip Ghini l’aveva ritenuto sostanzialmente lucido, però profilando l’eventualità che la misura cautelare potesse essere “rivista” nel caso si arrivasse a riscontri più precisi sullo stato psichico dell’arrestato.
Una valutazione psichiatrica che la difesa aveva subito perseguito prendendo contatto con il dipartimento di salute mentale, da qui il ruolo svolto dal direttore Gaddomaria Grassi che aveva incontrato, in carcere, Govi: una visita alla Pulce da cui il professionista era uscito con l’intenzione di ospitare nel dipartimento l’omicida reo confesso. A quel punto il gip, partendo da un provato disagio psichico (verificato dall’Ausl) e dalla valutazione di una connessa capacità di autodisciplinarsi, aveva scarcerato l’imputato.
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