Aemilia, Brescia deposita un memoriale: «Nel mio locale non c’era mafia»
Reggio Emilia, l’imputato allega anche una piantina del ristorante: «Non vi furono summit». I difensori aggrediscono ancora i pentiti: «Hanno detto solamente delle falsità»
REGGIO EMILIA. Picconate contro Antonio Valerio e Salvatore Muto. Entrambi i pentiti sono da tempo nel mirino delle difese ed anche ieri – in apertura di repliche – è ripartita l’opera di smantellamento della loro attendibilità. Con estremo puntiglio non hanno mai mollato questa presa i due difensori di Pasquale Brescia, 51 anni, un tempo gestore del ristorante “Antichi Sapori” di Gaida e del maneggio abusivo New West Ranch di Cella e che è in carcere con l’accusa di essere uno dei “partecipi” della cosca.
Quasi due ore di repliche degli avvocati Girolamo Mancino e Gregorio Viscomi che poi annunciano il deposito di un memoriale da parte del loro assistito, con tanto di piantina del ristorante di Gaida e relative controspiegazioni su quello che è considerato dagli inquirenti il luogo principe dei summit della cosca, scelto per la «cena dei sospetti» del 21 marzo 2012, indetta – sempre secondo la Dda – per organizzare un'offensiva contro le interdittive antimafia dell'allora prefetto Antonella De Miro.
L'avvocato Mancino ribatte: «Brescia è diventato in questo processo un bersaglio mobile dei collaboratori, ma i riscontri incontrovertibili su quanto raccontato sono zero». Per poi evidenziare le incongruenze di Valerio su cene e pranzi tenutisi agli “Antichi Sapori”, che per i pm sono solo frutto di una confusione sulle date, mentre per Mancino certificano «l'ignoranza» sui fatti. Altro elemento rilevato – sul discusso porto d’armi – è la richiesta di archiviazione del 2007 formulata dal pm Giampiero Nascimbeni nei confronti di Brescia che aveva sparato con una carabina dalla finestra di casa sua contro un campo da calcio, ferendo ad una coscia un calciatore di terza categoria.
Aggredite anche le dichiarazioni rese dagli esponenti delle forze dell'ordine: non emerge – secondo il legale – la prova che agli “Antichi Sapori” la 'ndrangheta discutesse i suoi affari. Poi la lettera spedita al sindaco Luca Vecchi che per l’altro difensore, cioè Viscomi, sarebbe estranea a qualunque tentativo intimidatorio e su ciò i pentiti Valerio e Muto «hanno detto il falso, volendosi infilare in un argomento che non conoscono ma di cui hanno solo sentito parlare».
Al tirar delle somme chiesto un verdetto assolutorio «perché non è partecipe dell’asserita associazione e i pentiti coimputati sono una prova a discarico rispetto alla posizione di Brescia». A seguire i difensori (Daniela Granato e Marco Pinotti) di Moncef Baachaoui hanno contestato la richiesta del pm Ronchi di emettere un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, in caso di condanna, per gli imputati a piede libero ma accusati di associazione mafiosa. Un provvedimento definito dai legali «generico e immotivato» per poi smentire le affermazioni del pentito Giuseppe Giglio: «Travisamenti di fatti, Moncef è solo un grafico pubblicitario». —
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