"Commessi degli errori: sbagliato reputare gli affiliati persone normali"
Lo studio dell'Osservatorio sulla criminalità organizzata dell'Univesità di Milano sul caso Brescello, primo Comune emiliano sciolto per mafia
BRESCELLO. I risultati del rapporto di studio dell'Osservatorio sulla criminalità organizzata dell'Università di Milano – è stata presentata una sintesi nell'incontro voluto dalla Cgil a Reggio Emilia; per la versione integrale bisognerà attendere – hanno fatto emergere che dopo gli omicidi legati alle faide del 1992 la ‘ndrangheta in Emilia ha mostrato quasi sempre solo il suo “volto buono”. Particolarmente significativa la definizione di “inserimento omeopatico”, ossia a piccole dosi e in modo non aggressivo, da parte della malavita. Curato da Ombretta Ingrascì, docente di Sociologia della criminalità organizzata, il rapporto di ricerca ha ribadito che Brescello è stato un avamposto del processo di legittimazione di attori mafiosi o vicini alla ‘ndrangheta. «Reputare gli affiliati alla ‘ndrangheta persone normali – si legge – può giustificare, di fronte agli altri e addirittura a se stessi, i propri atteggiamenti di tolleranza, di indifferenza, di accettazione e di convenienza rispetto ai soggetti mafiosi».
A ciò si aggiunge che gli ‘ndranghetisti residenti sono riusciti talvolta a porsi come “benefattori”: emblematico il caso riportato dell’intervista a un cittadino che spese parole di elogio per Francesco Grande Aracri – così come fece l’ex sindaco Marcello Coffrini – in quanto donò 81 bilici di sabbia in occasione della piena del 2002. All’interno del documento emerge anche la divisione alla quale il paese è andato incontro dopo lo scioglimento del Comune. Per molti, Brescello avrebbe fatto da capro espiatorio per distogliere l’attenzione dal caso di Reggio, ancora stordita dagli arresti di ‘ndrangheta del gennaio 2015, mentre chi ha reagito positivamente allo scioglimento si è saldato con alcune associazioni antimafia (Libera e Agende rosse) nel promuovere attività di sensibilizzazione.
Lo studio ha individuato cinque fattori facilitanti, che hanno permesso alla ‘ndrangheta di agire indisturbata «grazie ad alcuni comportamenti e atteggiamenti agiti nel contesto sia da alcuni esponenti delle istituzioni sia da una parte della popolazione»: la sottovalutazione del fenomeno, i ritardi investigativi (fino al 2013 vi sono state poche segnalazioni dei carabinieri rispetto a situazioni che avrebbero richiesto maggiore attenzione), l’impreparazione e la vulnerabilità delle amministrazioni, la vulnerabilità del sistema politico e l’accettazione sociale. —
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