Pace fiscale, pardon resa fiscale
Odore di elezioni e i partiti rispolverano le vecchie parole
REGGIO EMILIA Quando i vecchi partiti al potere annusavano aria di elezioni esponevano il sacco di cose compiute, vere o inventate che fossero. E dichiaravano: “Fatto!”, “Fatto!”, “Fatto!”, e via enumerando. I nuovi partiti al governo non hanno interrotto la tradizionale cantilena, ma ne stanno modificando il testo: “Promesso!”, “Promesso!”, “Promesso!”, e via gorgheggiando.
Ha ragione il vicepremier pentastellato Di Maio il quale, venerdì mattina in collegamento dalla Cina, ha detto a Radio Anch’io che serve necessariamente tempo e dedizione, che ogni garanzia elettorale sarà mantenuta. Cioè ha promesso di rispettare le promesse. Mai come prima ogni promessa è debito, perché nelle dichiarazioni bivalenti di Di Maio e Salvini è insita una volontà-necessità di procedere con l’indebitamento, per far ripartire l’economia, sostenere gli investimenti, mettendo in croce il collega ministro Tria.
Ogni promessa è debito, non solo nei confronti dell’elettorato, ma anche per bilancio dello Stato il quale accusa un debito grande così, che proliferando cadrà nelle nostre tasche e ricadrà sui nostri figli. È il caso della riforma pensionistica anti-Fornero, del reddito di cittadinanza, della tassa piatta con una sola aliquota Iva. Tutte queste promesse elettorali, radicali e immediate ora risultano praticamente ritoccate, distorte, ridotte, rimandante. L’unico provvedimento che è lì per lì per essere attuato in pieno è quello della Pace Fiscale.
Il titolo scaturisce dal debole per l’altisonanza che hanno i gialloverdi: il Decreto Dignità, il disegno di legge Spazza Corrotti... La titolazione spesso ha uno scopo retorico, propagandistico, oppure di sofisticazione del contenuto. La Pace Fiscale col suo tono nazionalconciliante è in verità un solenne condono, ovvero l’ennesimo salvamento degli evasori decretato dallo Stato.
Tale remissione fa d’innesco a tre fenomeni: permetterebbe al governo di fare cassa per finanziare le altre promesse finite in frigo; chiuderebbe i contenziosi in essere e futuri, aumenterebbe il consenso nei confronti dei partiti governativi.
Possiamo essere realisti? Non si tratta di una Pace Fiscale, ma di una Resa Fiscale per la quale la Lega e il Movimento 5 Stelle finiranno per somigliare al sistema partitico e agli apparati governativi precedenti, tanto combattuti, nemici, vaffa. Sta di fatto che anche nel recente passato gli esecutivi hanno varato svariate sanatorie e la rottamazione delle cartelle esattoriali perché, semplicemente, la macchina fiscale nazionale è un brontosauro miope e, più che altro, larga parte degli italiani non ama pagare il fisco e se può lo evade o lo elude. Per inciviltà.
Va dunque gambe all’aria il “mai più condoni” e il “chi ruba paghi”, anche se nel nostro Paese la sensibilità circa gli evasori è gelatinosa se non edulcorata. Addirittura comprensiva e quindi complice. Connivente. Nel 2013 ad esempio, l’allora viceministro Pd dell’Economia Fassina parlando a un convegno della Confcommercio ammise che “esiste un’evasione di sopravvivenza”. Brunetta gli fece da controcanto: “Benvenuto nel Pdl”, mentre il premier Letta predicava belle speranze: “Sappiano gli evasori che i tempi sono cambiati”.
E nove anni prima Berlusconi aveva già chiuso il cerchio: “E’ giusto pagare le tasse se la pressione è inferiore al 33%. Se va sopra il 50% è morale evaderle”. L’idea che l’Italia sia intrisa in un’evasione di sopravvivenza attraversa centro, destra e sinistra e sostiene la certezza che essa sia un diritto.
In un’ora ho ricevuto a casa mia due piccoli imprenditori. Il primo ha sistemato una tapparella storta. Il secondo ha sostituito le guarnizioni a un paio di rubinetti gocciolanti.
Quant’è? Nessuno dei due ha estratto dalla borsa il blocchetto delle ricevute. Frapponendo ostacoli: non ho il resto, non ho qui il blocchetto, ho il blocchetto sul furgone, però scende lei perché io non risalgo… Sa che deve pagare di più? Quel che so è che io e moltissimi italiani paghiamo tasse e imposte fino all’ultimo centesimo, spesso e per quell’altra parte di cittadini che pretendono scuole, ospedali, trasporti pubblici, strade, sicurezza efficienti.
Esigere la fattura è un atto sconveniente, un’impuntatura inutile, un fastidio, una pretesa che non è di smalto italiano, che è invece fatto di complicità e aggiramenti.
Nei decenni la pratica è diventata estesa e stratificata, via via mandata assolta come un peccato veniale, patteggiabile, scontabile, rateizzabile (all’estero è un delitto). Così l’evasione micro e macro rappresenta una perduta ricchezza invisibile, una risorsa che non c’è, un costume tollerato, infine una sciagura per la macchina del Paese che con l’evasione perde 36 miliardi di gettito.
Se la soluzione all’evasione fiscale viene battezzata “Pace” significa che tutt’insieme gli evasori piccoli e grandi potrebbero dichiarare guerra, che ne so, al sistema, al governo, all’autorità costituita, ai partiti ora maggioritari. I quali, consapevoli della minaccia al loro consenso, la menano ogni giorno che l’Iva non verrà aumentata e che le tasse se ne resteranno lì buone buone.
Nessuno, neanche questi ultimi governanti, ha invece dichiaro la “Guerra”, ha gridato che l’evasione è un atto anti etico e immorale nei confronti dell’essere cittadini, contribuenti, utenti. E non v’è un problema d’Unione Europea arcigna e matrigna, di Agenzia delle Entrate rapace e crudele. La questione è rappresentata dalla bassa, bassissima percezione che il fisco va rispettato, che il debito è un “peccato” che va ripianato, che il condonismo non crea posti di lavoro e mantiene un insopportabile status quo.
La propaganda del “Fatto!”, “Fatto!, “Fatto!” e l’incapacità del “Promesso!”, “Promesso!”, “Promesso!” hanno assai approfittato della smemoratezza e dell’opportunismo degli italiani. Come lo slogan “Onestà, onestà, onestà!” urlato dagli incantatori, ora al governo.
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