«Ho avuto una vita molto avventurosa. Devo tanto a mio padre prampoliniano»
Reggio Emilia, l'avvocato Dino Felisetti compie 99 anni e racconta alla Gazzetta i segreti di famiglia, le battaglie legali e la carriera politica «Ho studiato in scuole cattoliche ma sono sempre stato un laico. Il pensiero della morte mi lascia indifferente»
REGGIO EMILIA. «La mia vita? Bella, ma ancor meglio la definirei molto avventurosa». È sereno Dino Felisetti. Oggi compie 99 anni. Decano degli avvocati reggiani e con un importante passato da parlamentare socialista, non si è certo perso d’animo nonostante i problemi alle gambe ora gli consentano di muoversi – nella sua bella villa nella zona del Gattaglio – solo con il deambulatore e da tre anni non riesce più a mettere piede nell’amato studio legale in Galleria Cavour. Legge tantissimo, si appunta notizie e riflessioni sulle agende, ricorda tutto. La luce soffusa dell’abat-jour, le mani che frugano nella scrivania fra fogli sparsi e libri, l’inconfondibile piglio oratorio: momenti, anche toccanti, di una lunga intervista.
Avvocato, nel giorno del compleanno a chi pensa?
«A mio padre, a cui devo tanto. Pensi, avrei potuto anche non nascere, perché mio papà venne abbandonato in una chiesa, alla Bruciata, nel Modenese. Un neonato trovato dai cappuccini il 21 agosto 1884. I frati l’interpretarono come una grazia piovuta dal cielo e gli diedero il nome di Felice, rafforzandolo all’anagrafe, per la gioia, con il cognome di Felisetti. L’allevarono, in convento, poi a dieci anni lo mandarono a imparare il mestiere di casaro in una latteria. Prima aiutante poi casaro a Fellegara ».
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.17279136:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.17279136:1649794881/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Perché deve tanto a suo padre?
«Ebbe sei figli e scelse me che ero il terzo nato come quello che doveva istruirsi, andare a scuola per aspirare a un lavoro di prestigio. Ed essendo mio padre sempre in contatto con i cappuccini di Modena, studiai privatamente alle elementari dai frati di Scandiano, mentre le medie e il ginnasio privato in seminario a Reggio Emilia e Marola. Ma ci tengo a dire che nonostante avessi frequentato scuole cattoliche, sono sempre stato un laico. Poi il liceo classico pubblico, per un anno a Napoli, gli altri anni a Reggio all’Ariosto. Ho un ottimo ricordo di Ermanno Dossetti, professore di lettere. Infine la laurea in giurisprudenza a Parma nel 1947. Non smise mai di sostenermi negli studi, nonostante che mia madre morì nel 1934 e lui allevò tutti e sei i figli ».
Studente in anni duri, di guerra...
«Ero di leva, come sottufficiale. Dopo l’8 settembre 1943 rientrai a casa fra mille peripezie, ma con ben precisa in testa l’idea di non aderire alla Repubblica di Salò. Per ben due volte venni catturato e fatto salire sul treno per i campi di concentramento in Germania, ma fui sempre salvato da un certo tenente Marino. In entrambe le occasioni riuscii a scappare da quel treno. Decisi a quel punto di fare il partigiano, ma furono anni di tribolazioni e rischi enormi fino alla Liberazione».
[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.17279139:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.17279139:1649794881/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
L’antifascismo come molla per approdare alla politica militante?
«Sì e anche in questo caso valorizzai le idee di mio padre. Lui non era un uomo politico, ma aveva come punto di riferimento Camillo Prampolini, il socialismo. E seguii questa linea. Una scelta convinta. Il mio primo incarico fu come consigliere comunale a San Polo e in un piazzale del paese feci il mio primo comizio».
Nel 1949 lei diventa avvocato, perché scelse quella strada?
«Sono sempre stato un cultore del diritto, non solo dal punto di vista della tecnica, mi interessano i comportamenti, le linee d’azione. E, guardi, che sono tuttora iscritto all’Ordine degli avvocati. Una scelta che mi ha aperto tante strade. Non ho mai avuto dubbi sulla mia vocazione da penalista».
Ha un processo che porta nel cuore?
«Certamente. La revisione del processo in cui assistetti Germano Nicolini, il partigiano “Diavolo”, ritenuto nei tre gradi di giudizio colpevole dell’omicidio di don Umberto Pessina. Lo feci assolvere e ci tengo a far notare che la revisione di un processo è rara e ancor più raro che si arrivi ad un risultato positivo».
Chi vuole ricordare fra i colleghi reggiani?
«Quante battaglie in tribunale con Carmelo Cataliotti! Diversi sul piano politico, io socialista e lui di destra, ma c’era affetto e amicizia, mai contrapposizioni violente. Ho sempre stimato anche Franco Mazza: come presidente dell’Ordine degli avvocati mi ha scritto, pochi mesi fa, una bella lettera».
La politica ha avuto un peso importante nella sua carriera. Facendo un bilancio della sua vita, si ritiene più un avvocato o un politico?
«Sono stato un avvocato in Parlamento. Questo è il mio pensiero ed è anche il titolo del libro che ho scritto. Un volume che ho inviato ai Tribunali e agli Ordini degli avvocati dell’Emilia-Romagna, ricevendo risposte positive».
Con altri socialisti, lei fondò nel 1956 la corrente autonomista nenniana. Perché?
«Una scelta convinta. Pietro Nenni venne più volte a Reggio Emilia e ne ho sempre ammirato la vita da antifascista, la concretezza come politico. Un uomo corretto».
Per quattro volte e complessivi 18 anni, lei ha partecipato come socialista ai lavori in Parlamento.
«Anni intensissimi. E ho dato il mio contributo nei grandi processi celebrati con il Parlamento in seduta comune: il caso Almirante, lo scandalo Lockeed e quello dei petroli, i procedimenti contro Cossiga, Andreotti. Tangentopoli è storia antica quanto la politica».
Tira aria di taglio dei vitalizi ai parlamentari. Lei che posizione ha?
«Tranquillamente dico che percepisco 4.500 euro al mese come vitalizio. Non ho problemi se verranno fatti dei tagli e credo anch’io che la legge vada cambiata. Comunque specifico che nei 18 anni a Roma mi sono sempre pagato vitto e alloggio».
Lei per due anni è stato membro del Consiglio superiore della magistratura e non ha mai nascosto la sua contrarietà ai magistrati in politica...
«Due anni importanti per me quelli al Csm ed ora come reggiani dobbiamo essere onorati che sia stato eletto il giudice Gianluigi Morlini. Relativamente ai magistrati in politica, credo che sia un grave errore: figure professionali intoccabili e irreprensibili per l’incarico ricoperto che poi, cambiando scenario, devono seguire o piegarsi alle direttive di partito. Tutto ciò proprio non si concilia».
Diciotto anni a Roma, la sempre intensa attività da avvocato: e la famiglia?
«Fondamentale è stata mia moglie Osmina Maria. Ci siamo conosciuti per caso. C’era una mia amica di scuola che andava in Canada e in quell’occasione ci fu la conoscenza e ci siamo subito innamorati l’uno dell’altra. Una donna di una disponibilità incredibile, ha in pratica allevato lei i figli. Purtroppo mi ha lasciato il 17 luglio 2017 (e scandendo la data si commuove, ndr). Un vuoto incredibile».
Guardando la sua scrivania, non si può non notare che la scrittura riempie ancora molto le sue giornate. Lei ha sempre scritto ai giornali reggiani, ora cosa si appunta sulle agende?
«Seguo con attenzione le vicende politiche più che altro nazionali, tramite giornali e tv. E metto nero su bianco le mie riflessioni. Noto che regna una gran confusione sul patto che permette di stare al governo Lega e Cinque Stelle. Pensioni, legge finanziaria, bilancio: non c’è chiarezza. Continuo poi a leggere Dante: della Divina Commedia ne conosco diversi pezzi a memoria (e comincia con soddisfazione a declamarne un passaggio, ndr). Dante è sempre stato la mia passione».
In ambito reggiano è in corso il maxiprocesso Aemilia: per i pm la ’ndrangheta è ben radicata nella nostra regione, con epicentro Reggio Emilia. Ha una sua opinione in proposito?
«Non me ne sono mai occupato, ma posso dire che il radicamento ’ndranghetistico a Reggio Emilia non mi sorprende affatto, anche perché conosco le storie dei cutresi».
Lei ci ha tenuto a precisare che è un laico, ma sempre sulla scrivania tiene a portata di mano la Bibbia...
«Certo. E l’ho letta. Se credo in Dio? È un problema che ho addosso. Sto cercando una soluzione logica e non una semplice dichiarazione di fede».
Lo scrittore Andrea Camilleri ha più volte dichiarato di non temere la morte. Lei ci pensa?
«Sono completamente indifferente. Lo ritengo un effetto scontato della vita. La morte è già scritta. Penso piuttosto alle mie giornate in cui ho ancora tanto da fare e da imparare. In passato ho avuto momenti difficili come nel 1998, quando venni investito da una moto, e tre anni fa una banale scivolata in cortile che mi costringe ora a muovermi con il deambulatore. Ma ho sempre vicini i miei tre figli: Simona, Daniela e Paolo mi danno sicurezza. Guardo avanti».
Dall’alto dei suoi 99 anni, cosa si sente di dire ai reggiani?
«Penso che noi reggiani abbiamo grandi meriti, ma abbiamo ricevuto anche grandi stoccate. Perché Reggio Emilia è sempre stata troppo condizionata da Modena e Parma. Speriamo di avere più forza in futuro». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
