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Reggio Emilia, minacce al presidente del tribunale: arrestati don Ercole Artoni e il maxi evasore Ruffini

Tiziano Soresina
Reggio Emilia, minacce al presidente del tribunale: arrestati don Ercole Artoni e il maxi evasore Ruffini

Le misure restrittive sono state ottenute dalla Procura di Ancona che coordina le indagini. L’anziano sacerdote è a i domiciliari, il commerciante è finito in carcere

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REGGIO EMILIA. Un maxi evasore fiscale e un sacerdote comunista da sempre vicino a chi è in difficoltà. Una strana coppia. Ma non per gli inquirenti, perché li ritengono entrambi coinvolti nelle minacce a tre magistrati che nell’estate 2017 scossero il foro reggiano, perché furono messi sotto scorta il numero uno del palazzo di giustizia Cristina Beretti (al tempo reggente, ora effettivo presidente del tribunale) ma anche i pm Valentina Salvi e Giulia Stignani.

E ieri all’alba sono scattate le misure restrittive per il 74enne Aldo Ruffini nonché per don Ercole Artoni (88 anni): il primo è in carcere, il prete è agli arresti domiciliari. La procura di Ancona – competente per i reati nei confronti dei magistrati reggiani – ha chiesto e ottenuto dal gip marchigiano queste misure cautelari.

Uno sviluppo clamoroso di questa inchiesta che da quanto “filtra” ha come “cuore” la colossale confisca del mega patrimonio (da 24 milioni di euro) appartenente ad Aldo Ruffini.

Durante gli accertamenti relativi a questa delicata vicenda sarebbero state colte le minacce (emerse nelle intercettazioni), ma anche strane richieste di informazioni, specie sulla toga reggiana Beretti. Un maxi sequestro rivelatosi un autentico “ginepraio”, perché il clima minaccioso aveva portato a forme di protezione non solo per il presidente Beretti (che come giudice aveva firmato il provvedimento di prevenzione patrimoniale con relativo maxi sequestro di beni), ma anche per i due sostituti procuratori Salvi e Stignani, che hanno indagato su questa non indifferente evasione fiscale.

Protezione che per i due sostituti procuratori si è concretizzata – a partire dalla primavera 2017 – in un accompagnamento nei trasferimenti quotidiani dall’abitazione alla procura e viceversa, mentre più di “qualcosa” è poi cambiato per il numero uno del nostro tribunale che – tecnicamente – è passato da un’iniziale semplice vigilanza ad una vera e propria tutela.

Infatti il presidente Beretti da più di un anno è perennemente “scortato” nei suoi movimenti dentro e fuori dal tribunale.

Era stato il procuratore generale Ignazio De Francisci (responsabile della sicurezza dei magistrati a livello regionale) a chiedere – in una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica – un aggravamento sensibile della misura di protezione per il magistrato Cristina Beretti.

In quel periodo erano più che in atto gli accertamenti sotto traccia delle forze dell’ordine coordinate dalla Procura di Ancona. E ieri lo stupefacente culmine di queste indagini con il duplice arresto che avrebbe come base normativa il reato – aggravato – di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti.

Come recita l’articolo 338 del codice penale “Chiunque usa violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ai singoli componenti o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio o ai suoi singoli componenti, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività , è punito con la reclusione da uno a sette anni”.

E l’aggravante – che chi indaga ritiene applicabile – porterebbe ad un aumento della pena. Un provvedimento giudiziario pesante quello preso ieri e che lascia ammutoliti, specie per il coinvolgimento di don Ercole Artoni. Ma quale legame c’è fra il sacerdote degli ultimi e un commerciante finito nei guai per evasione fiscale ed una nutrita serie di altri reati? Sono stati colti dei comportamenti illeciti in tribunale? Quali frasi così preoccupanti sono state intercettate dagli investigatori?

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