Gazzetta di Reggio

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Don Artoni tirava in ballo i detenuti di Aemilia per minacciare la Beretti

Tiziano Soresina
Don Artoni tirava in ballo i detenuti di Aemilia per minacciare la Beretti

«In carcere dicono che lei deve stare attenta e lontana dalle finestre dell’ufficio...» Dal prete 88enne anche l’allusione familiare: «Sanno dove studia suo figlio»

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REGGIO EMILIA

Dall’ordinanza d’applicazione delle misure restrittive – emessa dal gip Antonella Marrone di Ancona – emerge un quadro pesantissimo sulla strana coppia che, come ieri anticipato dalla Gazzetta, è finita nei guai per le minacce a tre toghe reggiane, in special modo rivolte al magistrato Cristina Beretti che guida il nostro tribunale. Secondo gli inquirenti, il maxi evasore 74enne Aldo Ruffini e il sacerdote 88enne Ercole Artoni hanno per circa un anno e mezzo (dal gennaio 2017 al giugno 2018) messo come in una morsa specialmente il presidente Beretti al fine di arrivare al dissequestro del maxi patrimonio (da ben 24 milioni di euro) dell’anziano commerciante.



Ma cosa può aver legato in questo intento due persone così distanti come uno spregiudicato affarista e un prete che si è sempre dedicato agli ultimi? Il giudice Marrone sintetizza così nell’ordinanza questa liason inquietante: “Ruffini è un personaggio interessato ad ottenere, con metodi illeciti, la liberazione del suo ingente patrimonio da vincoli reali, apposti a causa della illegittima formazione e provenienza dello stesso. L’Artoni, nonostante sia un religioso ed evidentemente ricevendone un ritorno economico, si presta ad assecondare in tutti i modi le richieste di Ruffini”. Il gip anconetano mette in fila tutta una serie di “gravi indizi di colpevolezza” sulle basi delle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Reggio Emilia coordinati dalla Procura di Ancona. Il primo maxi sequestro a Ruffini è del 14 dicembre 2016 e il commerciante viene intercettato il 4 gennaio 2017 mentre parla con la compagna e un amico: offende e minaccia il giudice Beretti, ma anche il pm Valentina Salvi e il finanziere Bruno Pera (tutti coinvolti nel blocco dei beni).



Nel maggio-giugno 2107 entra in scena don Artoni che va in tribunale a parlare con la Beretti per dirle che alcuni imputati di Aemilia «avevano inoltrato delle minacce ai suoi danni» e di stare attenta, consigliando al magistrato «di restituire i beni sequestrati a Silvano Ferretti (coindagato e considerato prestanome di Ruffini, ndr) in quanto è una brava persona e non c’entra nulla in quelle cose».

Ma il sacerdote, con il pretesto degli auguri natalizi, torna in ufficio dalla Beretti il 18 dicembre 2017 e – rimarca il gip – le riporta nuove minacce: «Sa che a Reggio Emilia c’è un braccio speciale dove sono detenuti gli imputati di Aemilia? Uno di loro mi ha detto di venire da lei e di dirle di stare molto attenta e soprattutto di stare lontana dalle finestre dell’ufficio, perché dicono che lei nel collegio di Aemilia ha molta influenza sugli altri giudici e che praticamente decide lei ed in più per le cose che ha fatto in passato. Un altro di loro ha detto di stare attenta che sanno dove studia suo figlio». Il prete dice di aver appreso queste cose proprio quella mattina come volontario spirituale all’interno del carcere. Ma viene poi smentito dal cappellano del carcere che specifica agli inquirenti come don Artoni, come volontario, non abbia accesso alle sezioni carcerarie e dal 19 novembre 2017 non si era più presentato in struttura. Don Ercole verrà poi allontanato nell’aprile-maggio 2018 dal carcere, inoltre sentito dai carabinieri il prete dice di non conoscere la persona che gli ha confidato quanto detto alla Beretti e anche di avvalersi del segreto confessionale.



A quel punto gli investigatori, analizzando i tabulati e le intercettazioni, capiscono che don Ercole e Ruffini sono costantemente in contatto e vengono a conoscenza del “rapporto di stretta collaborazione creatasi al fine di influire sul funzionamento del collegio presieduto dalla Beretti” che deve decidere sui beni bloccati. Intercettazioni che mettono in rilievo la montante rabbia di Ruffini che nel gennaio 2018 arriva a chiedere notizie della Beretti nel bar frequentato dal magistrato, per capire dove abiti esattamente. Tenuti sempre più d’occhio da chi indaga, si scopre che i due vanno spesso a cena al ristorante con amici e conoscenti, prendendo pure degli accorgimenti (cambiano spesso locale, don Ercole lascia il cellulare a casa). Ruffini contatta persino un ex fidanzato della Beretti per capire se è possibile corrompere il magistrato.



E il 19 maggio 2018 don Artoni – alla presenza di Ruffini – telefona al magistrato («Le volevo dire che quello che ha detto che conosceva il figlio non è mica vero») ma rimarca un particolare sugli studi del giovane che per il gip è una nuova minaccia. Intanto proseguono le udienze sul sequestro dei beni e Ruffini – da quanto emerge dalle intercettazioni – diventa sempre più aggressivo: minacce di morte al pm Salvi («Ha chiesto 3 anni di quella misura lì, cioè che non posso uscire dal Comune di Reggio Emilia... se mi stanco la uccido»), l’uso dell’esplosivo («Pieno di tritolo, salta per aria il palazzo, e loro tutti sotto con l’ombrello, prima che io muoio»), infine gli approcci con un killer (“dichiara di aver già tentato di assoldare qualcuno per compiere atti criminali – rimarca il gip – essendo stato disponibile a pagare addirittura 500mila euro”). —



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