Sgomento alla Papa Giovanni Matteo Iori: «Siamo stupefatti»
Il presidente dell’associazione Onlus fondata dal sacerdote oltre 40 anni fa «Mi sembra incredibile, ma don Ercole non è certo una persona pericolosa»
REGGIO EMILIA
«Lunedì mattina mi ha contattato allarmato il fratello 90enne di don Ercole, residente a Cadè. Lo avevano chiamato i carabinieri, per comunicargli che don Ercole si trovava al comando di corso Cairoli. Il fratello, pensando che fosse lì per una questione riguardante altri, si è offerto di andarlo a prendere. “No, non venite qui, tra poco lo portiamo a casa agli arresti domiciliari e non potrà comunicare con nessuno”, gli è stato risposto dall’altro capo della cornetta. Lo abbiamo saputo così».
Matteo Iori, alla Papa Giovanni XXIII dal 1993 (25 anni) e presidente da 20 anni (il predecessore era appunto don Ercole), descrive così la scoperta della misura cautelare che ha colpito il decano dei sacerdoti.
Un fulmine a ciel sereno per l’intera comunità, una realtà storica partita dalla lotta alla droga e talmente cresciuta da occuparsi di ludopatia, senzatetto, marginalità e migranti. «Siamo stupefatti e sgomenti – prosegue Iori – Dopo quell’annuncio, che ha fatto disperare anche la famiglia (don Ercole ha undici tra fratelli e sorelle, quelli non deceduti hanno un’età avanzata, ndr), non abbiamo nemmeno potuto vederlo. Il cruccio dei più stretti collaboratori è quello di non potergli parlare e non poterlo aiutare nelle necessità quotidiane».
Don Ercole, infatti, 88 anni e problemi di salute crescenti negli ultimi anni, vive da solo in una casa di Castelnovo Sotto, dove ora è isolato, ad eccezione di una signora che potrà continuare a svolgere i lavori di casa. Sul merito dell’indagine, Iori precisa di aver appreso solo il reato (violenza o minacce a corpo giuridiziario).
«Da quanto ho capito il don è imputato perché avrebbe riferito frasi provenienti da alcuni detenuti (è la versione di don Ercole, smentita dal cappellano del carcere, ndr), ma su quali fossero i suoi rapporti con Aldo Ruffini io non ne ho la minima idea. Il resto l’ho appreso leggendo la Gazzetta di Reggio. I contorni di questa vicenda sono tutt’altro che chiari. Ci auguriamo di poter avere velocemente dei chiarimenti e soprattutto ci auguriamo che lui si possa muovere liberamente sul territorio».
L’auspicio, insomma, è di una revoca dei domiciliari.
Al di là dell’inchiesta, il braccio destro di don Ercole spezza più di una lancia a favore del fondatore della comunità di recupero più importante di Reggio. «Da un lato ci rendiamo conto che se le autorità hanno disposto i domiciliari deve essere accaduto qualcosa di non irrilevante e di una certa gravità; la presidente Cristina Beretti è una persona seria, gli inquirenti saranno partiti da dati di fatto. Dall’altro lato, anche ammesso che il don abbia utilizzato parole sbagliate in un contesto sbagliato, non lo credo affatto capace di minacciare un magistrato. Mi sembra incredibile. Don Ercole non è certo pericoloso».
Una misura eccessiva, quella dei domiciliari? «Non spetta a me giudicare – replica Iori – Che possa essere un sacerdote fuori dalle righe sì; che in passato sia stato vicino, per natura e a prescindere, a persone poco raccomandabili sì; che la sua disponibilità possa essere stata strumentalizzata, sì; e la salute malferma e l’età non aiutano la ponderazione. Ma della sua onestà nessuno ha mai dubitato: il suo operato parla da sé. Da qui ad accusarlo…».
Chiediamo a Iori cosa significhi per lui, dal punto di vista umano, il sacerdote. «Un uomo che nella sua vita ha fatto tanto per migliorare l’esistenza degli altri, mettendoci tutte le sue energie, averi e possibilità. E facendo scelte non scontate».
Alla Papa Giovanni XXIII si respira aria pesante. «Non è un bel periodo, speriamo che l’accaduto non getti discredito su una realtà pionieristica che da oltre 40 anni accoglie i bisognosi», prosegue Iori, che in queste ore è stato tempestato da decine di telefonate, messaggi e visite. «In parecchi mi hanno chiesto cosa succede; io non so cosa rispondere, più di quello che è scritto sulla Gazzetta... No, non si sono fatte vive le istituzioni: più che altro amici e conoscenti della papa Giovanni. Dal mondo politico, amministrativo e imprenditoriale silenzio, forse perché è prematuro». —
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