La chiusura del punto nascite fa aumentare i parti in casa
Restano dei limiti per chi vuole partorire a domicilio e vive in montagna perché l’Ausl prevede si debba abitare a meno di 30 minuti da un ospedale
CASTELNOVO MONTI
Ha suscitato curiosità e fatto parlare la storia, pubblicata dalla Gazzetta di Reggio, della coppia residente a Monchio dei Ferri che ha deciso di affrontare tra le mura domestiche il momento del parto. Chiara Lusetti, fisioterapista di 38 anni, ed Emanuele Chiapponi, quarantenne addetto alla manutenzione di macchinari per la produzione casearia, sono la mamma e il papà del piccolo Gioele, nato il 24 luglio scorso (con la modalità del parto in acqua) nella borgata che conta meno di dieci abitanti.
Il parto in casa era considerato normale fino a qualche decennio fa, in particolare nei territori decentrati. Poi per tanto tempo è sembrato il retaggio di un passato lontano e che si voleva superare, per il grado di sicurezza ben superiore che fornivano le sale parto di ospedali e cliniche. Al di là della decisione della famiglia di Monchio dei Ferri, il cui obiettivo era far venire alla luce il piccolo in un ambiente più protetto e tranquillo, negli ultimi anni il parto in casa è tornato ad essere una opzione scelta da parecchie gestanti.
A prescindere dal caso della coppia di borgo di Monchio dei Ferri, la cui scelta è stata del tutto personale, probabilmente la chiusura di numerosi punti nascita in tutta Italia, come è avvenuto per quello di Castelnovo Monti, può aver avuto una incidenza. Ad esempio poche settimane fa una coppia di Feriolo, vicino a Felina, ha compiuto la medesima scelta.
Il parto a domicilio del resto è una possibilità contemplata dalla stessa Ausl di Reggio Emilia, con le indicazioni che sono presenti sul sito, in cui viene indicato però che tale opzione «è possibile solo nei casi di gravidanza considerata a basso rischio. Nelle Aziende Usl che hanno attivato l’assistenza al parto a domicilio, la donna che desideri partorire nella propria abitazione deve rivolgersi al responsabile aziendale del progetto “parto a domicilio” che le comunicherà tutti i nomi, recapiti, orari, degli operatori e strutture sanitarie che le offriranno l’assistenza necessaria. La donna che decidesse di partorire a casa propria, senza usufruire dell’assistenza gratuita offerta dall’Azienda Usl, può avere un rimborso delle spese sostenute. La richiesta deve essere fatta alla propria Azienda Usl di residenza entro l’ottavo mese di gravidanza».
Restano comunque dei limiti per effettuare il parto a domicilio in montagna, in quanto tra questi c’è «l’ubicazione dell'abitazione a non più di 30 minuti di distanza dall'ospedale». Il parto a domicilio non è però considerato privo di rischi nonostante si circoscriva a gravidanze che non presentano complicazioni, e per questo è stato oggetto di interventi critici da parte delle associazioni dei neonatologi. —
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