«Pieno di tritolo, faccio saltare il palazzo»
Aldo Ruffini, intercettato sulla sua auto, secondo gli inquirenti manifestava “estrema frustrazione e rabbia crescente”
REGGIO EMILIA
Uno “scambio di favori” dal movente economico, ancora tutto da dimostrare. Sarebbe questa la natura della liaison tra don Ercole Artoni, 88 anni, e Aldo Ruffini, 74 anni, il primo ai domiciliari e il secondo alla Pulce per aver inscenato minacce (millantandole provenienti da detenuti di Aemilia, quindi con lo spauracchio della ’ndrangheta calabrese) nei confronti della presidente del tribunale Cristina Beretti e di due sostituti procuratori – Valentina Salvi e Giulia Stignani – al fine di ottenere il dissequestro del blocco dei beni del commerciante accusato di evasione fiscale.
È questa l’ipotesi, messa nero su bianco ma non chiarita dagli inquirenti, all’origine della pressione su Beretti messa in atto dal sacerdote, «nonostante sia un religioso ed evidentemente ricevendone un ritorno economico».
Una “indole criminale del tutto sorda agli avvertimenti dell’autorità giudiziaria” e “non disponibile a moderare i propri istinti”. Così viene descritto dalle carte Aldo Ruffini, a lungo intercettato. Parlava da solo, Ruffini all’interno delle sue due auto, sfogandosi a voce alta ed enunciando propositi di rivalsa clamorosi. «Vuoi fare la prepotente perché hai il potere in mano, bene usa il potere quando sarai là in ginocchio che pregherai che ti lasci andare». «Basta subito, da oggi basta, veramente». «Li devo fermare». «L’ammazzo», «Preparatevi al peggio», «Io ero disposto ad andarli ad uccidere... subito... io avevo preparato 500mila euro per... farli uccidere tutti e tre» (il riferimento è a Beretti e ai pm Salvi e Stignani, ndr).
Sfoghi che, nel maggio-giugno 2018, diventano quasi farneticanti: dopo il killer per ammazzare le magistrate, Ruffini ipotizza addirittura un attentato a palazzo di giustizia. Da una conversazione con altra persona: «Pieno di tritolo, salta per aria il palazzo… loro con me hanno il castigo legato al collo perciò non si possono muovere, sono condannati... sono condannati alla sedia elettrica da Hitler... Hitler ne ha uccisi pochi, ma io li ammazzo loro».
Proprio le ultime conversazioni captate manifestano, secondo gli atti, “estrema frustrazione e rabbia crescente di Ruffini”. Quest’ultimo “può avere già contatti con persone per ottenere l’esecuzione delle minacce” e “in ogni caso, in ragione della sua allarmante pericolosità” e della “carriera criminale”, è necessario mandarlo dietro le sbarre con “una prognosi di pena irroganda superiore ai tre anni”.
“Don Ercole Artoni, che ricopre nella vicenda un ruolo di esecutore degli ordini di Ruffini, se non attinto da misura cautelare potrebbe continuare a eseguire le direttive che vengono fatte recapitare da Ruffini tramite terzi». È il pericolo di reiterazione (o meglio continuazione) del reato il motivo dei domiciliari disposti dal gip di Ancona Antonella Marrone. Sempre secondo l’accusa don Artoni, che sentito una prima volta dalle autorità ha fornito “false risposte”, “certamente continuerebbe a operare secondo i desiderata di Ruffini”, se non fermato. Per don Artoni i domiciliari vengono ritenuti misura congrua, “senza braccialetto elettronico” poiché non si ritiene che possa evadere, ma “va impedito qualunque contatto con persone diverse dal difensore, al fine di bloccare l’attività criminosa in corso”. —
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