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Don Ercole: «Le mie parole sono state mal interpretate»

Ambra Prati
Don Ercole: «Le mie parole sono state mal interpretate»

Il sacerdote ha risposto per venti minuti alle domande del gip Luca Ramponi «Ho soltanto riferito alla dottoressa Beretti frasi che mi preoccupavano»

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REGGIO EMILIA

«Sono stato mal interpretato. Non volevo minacciare né tantomeno spaventare la dottoressa Beretti: ho solo riferito, nell’ambito di due incontri avvenuti per altri motivi, delle frasi che mi preoccupavano».

Questa la sintesi della deposizione di don Ercole Artoni, finito nei guai per le minacce alla presidente del tribunale (nonché giudice di Aemilia) Cristina Beretti, che ha vissuto sotto scorta per più di un anno per il millantato pericolo. Invece i calabresi non c’entravano nulla: quegli avvertimenti (“stia lontana dalla finestra”, “sanno dove studia suo figlio”) secondo l’accusa sarebbero stati un disegno di Aldo Ruffini (l’imprenditore 74enne evasore fiscale, al fine di ottenere il dissequestro di 14 milioni di euro), “mandante” di don Ercole Artoni. Il primo è finito in carcere, il secondo ai domiciliari nella sua abitazione di Castelnovo Sotto.

Entrambi sono accusati del reato di “violenza o minacce a corpo giuridiziario” con l’aggravante di essersi fatti scudo della “forza intimidatrice derivante dalla ‘ndrangheta”.



Scarpe da ginnastica ai piedi sotto il clergyman, aspetto provato e camminata incerta, il sacerdote simbolo della lotta alla droga è arrivato in tribunale alle 9.40, accompagnato dagli avvocati difensori Francesca Corsi e Alessandro Nizzoli. Don Ercole è entrato in aula alle 10.50 e ha risposto alle domande per venti minuti davanti al gip Luca Ramponi. Se il co-imputato Aldo Ruffini, il giorno precedente, aveva adottato la tecnica dell’attacco, scaricando il barile su don Artoni (l’unico che ha avuto contatti, telefonici e di persona, con Beretti) e affermando che le minacce sono state un’iniziativa del don, il fondatore della Papa Giovanni XXIII non ha contrattaccato. Anzi, ha ribadito quella che fin dall’inizio è la sua tesi: ha riferito frasi minacciose provenienti da detenuti (menzogne, secondo la Dda, visto che non aveva accesso a quel braccio del carcere). Don Artoni ha ammesso di aver fatto visita al giudice, la prima volta tramite don Fortunato Monelli e la seconda volta per Natale, allo scopo di portarla in visita alla comunità. L’intento di quei messaggi, ha sostenuto il don, era limpido e senza secondi fini; la volontà era quella di aiutare il prossimo. Sull’intercessione a favore del dissequestro, il parroco ha spiegato di averlo chiesto per lo zio di Aldo Ruffini, che lui conosce come una persona onesta: da qui l’esortazione “ridategli i beni”, senza minaccia. Il rapporto con la famiglia Ruffini è di lunga data ed è funzionale, secondo il don, al suo ministero.



Gli avvocati difensori hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari, in subordine l’obbligo di dimora nel comune di residenza (Castelnovo Sotto), in subordine la revoca del divieto di comunicare. «È un uomo che vive di relazioni e che si dispiace di non potersi recare in comunità, oltreché un 88enne con problemi di salute che vive solo – ha dichiarato il legale Corsi – Il divieto di contatti è per lui molto gravoso, anche alla luce dello stato psicologico attuale. È incredulo, non si capacita di quanto gli viene addebitato».

Nell’interrogatorio di garanzia per rogatoria il gip Luca Ramponi non può che raccogliere gli atti e trasmetterli al tribunale di Ancona, che dovrà decidere. —



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