Gazzetta di Reggio

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Metti un vaffa sotto la casa di Beppe Grillo

Stefano Scansani
Metti un vaffa sotto la casa di Beppe Grillo

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. Non sarà il Pd a fermare il carrarmato gialloverde, ma forse quel “popolo” a cui Luigi Di Maio ha fatto riferimento quando ha promesso manovre governative “non per i potenti”. La vicenda storica insegna che proprio nella fase di attecchimento di una rivoluzione può capitare un patatrac, che per il tradimento della parola data, i tempi insopportabili, il caos esecutivo, proprio il “popolo” più rappresentato dalla novella classe dirigente si ribelli e la minacci dal basso. E succede che proprio questo “popolo” insoddisfatto rappresenti l’incubatrice di un inizio di una fine.

Questo fenomeno potrebbe capitare a Genova dove il crollo del Ponte Morandi, le lungaggini della demolizione e della ricostruzione, i tira-e-molla sugli affidamenti, sul decreto, sul commissario e la sorte dei palazzi sottostanti vanno instillando nella città una forte corrente reattiva, rabbiosa, protestataria contro il governo pentaleghista.

Il populismo grillino così dovrebbe misurarsi con la controspinta della contestazione popolare della macaia, quel vento marinaro genovese, scuro e minaccioso. Immaginate se davvero il “popolo” dovesse marciare verso la casa di Beppe Grillo, come hanno minacciato i rappresentanti del Comitato del Ponte: quella sì, sarebbe una nemesi che nei miti è la dea della giustizia distributiva, quella che indietro torna. Restituisce. I manifestanti liguri spezzerebbero l’incantamento nazionale che proprio il comico aveva inaugurato (comico che da qualche tempo se ne sta buono e zitto, chissà perché).

Non scomodo le ricadute della rivoluzione francese, perché lì si vola alto, e quello fu un fenomeno intellettuale ed elitario. Preferisco cercare la nemesi nell’avventura tutta italica di Masaniello, il pescivendolo che nel 1647 arruffò il popolo napoletano contro la nefasta tassazione imposta dagli Asburgo di Spagna.

Masaniello capopopolo ebbe una durata di dieci giorni, considerando che nell’allora i mezzi e i tempi di reazione, sopraffazione ed eliminazione erano assai spicci. Una volta diventato “Capitano generale del fedelissimo popolo” e investito di poteri e responsabilità che non sapeva gestire, il pescivendolo fu ucciso in piazza da una raffica di archibugiate.

Chiusa la divagazione sui corsi e i ricorsi storici, torno all’oggi. Cioè a un’immaginaria fatale incrinatura non tanto nel contratto gialloverde, ma nel corpo elettorale che ha elevato il M5s a forza di governo (la Lega sa il fatto suo e ne profitta). Credo che solo una reazione popolare spontanea ed estemporanea sulle cose dette ma non fatte, sul rinvio delle emergenze, sulla romanizzazione di una questione genovese, possa rappresentare un germe oppositorio. Non partitico, ma politico.

Un germe nuovo e inaspettato, scatenato da una consuetudine italiana: l’insipienza dei governi nelle fasi ricostruttive, dopo le emergenze dei terremoti, delle alluvioni, degli incendi, delle valanghe, delle frane, dei crolli. Tutti i governi, così “tutti” che anche quello freschissimo e di belle speranze gialloverdi non si distacca dal trend. Da ciò il tradimento. Ecco tutta la fretta di affacciarsi vittoriosi al balcone di Palazzo Chigi non più per gridare “Onesta!” ma per inneggiare “Debito!” (incredibile, ma vero).

Anche il Pd – ridotto a carta velina – deve prestare attenzione a questo processo, all’evenienza di un moto dal basso, perché non potrà apporvi nessun cappello, pretendere alcuna paternità. Che si faccia o non si faccia la minacciata marcia sulla casa di Grillo, essa è l’allegoria nella quale potrebbero ritrovarsi bisogni, intelligenze, socialità, cittadinanza, energia fattiva (non quella dei Vaffa Day, della guerra all’informazione, della democrazia digitale, del debito risanatore e altre panzane).

In certe condizioni dovrebbero o potrebbero crescere persone nuove. La storiella decisamente folkloristica de “lo vuole il popolo” o delle “misure per il popolo” fanno il paio con l’indimenticata notte nella quale Di Maio evocò l’impeachment del Capo dello Stato a furor di popolo, o l’orgoglio dei ministri che cercano di convincere il popolo di “essere stati finalmente eletti dal popolo”. Sarebbe interessante immaginare come Grillo classificherebbe la gente disposta a marciare sotto casa sua: popolo o potenti?

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