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Spedizione punitiva contro il camionista Due condannati

AM.P.

REGGIO EMILIA Una condanna a 2 anni e 8 mesi (più di quanto ha proposto l’accusa) per Salvatore Spagnolo, 26 anni, e 3 anni per Giuseppe Arabìa, 51 anni, cutresi condannati per i reati di lesioni...

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REGGIO EMILIA

Una condanna a 2 anni e 8 mesi (più di quanto ha proposto l’accusa) per Salvatore Spagnolo, 26 anni, e 3 anni per Giuseppe Arabìa, 51 anni, cutresi condannati per i reati di lesioni aggravate, violenza privata e (il solo Arabìa) per minaccia, ma assolti dall’imputazione di rapina per non aver commesso il fatto. Si è concluso così il processo con rito abbreviato a carico dei due, autori insieme al figlio di Arabìa di un violento pestaggio a un camionista.

Pena non sospesa: i due, attualmente ai domiciliari, dovranno scontare la condanna in carcere. Il terzo autore della spedizione punitiva, Salvatore Arabìa, 24enne incensurato, qui non compare perché ha scelto il rito ordinario e sarà giudicato separatamente. La vicenda risale al 24 giugno 2017, quando il gruppo si è presentato a casa di un autotrasportatore siciliano di 38 anni, a Pieve Modolena, invitandolo a uscire e, appena il malcapitato è sceso, lo ha riempito di botte (la prognosi sarà di 90 giorni per fratture multiple).

Il trio, a mani nude e a volto coperto, si è accanito sul 38enne caduto a terra con calci e pugni finché la fidanzata, sentendo le urla del compagno, è accorsa in suo aiuto: anche lei è stata strattonata e colpita. Il camionista non ha collaborato, ma la fidanzata ha messo sulla pista giusta la Squadra Mobile, che, visto lo spessore criminale di Arabia, ha segnalato l’episodio alla Dda e dopo sette mesi ha proceduto all’arresto: si era trattato di una spedizione punitiva per “mettere al suo posto” il 38enne, che chiedeva di essere pagato per un debito premesso.

Ieri, in tribunale, il pm Giacomo Forte ha chiesto una pena di 2 anni e 6 mesi per Spagnolo e 3 anni per Arabia. Gli avvocati difensori Federico De Belvis e Mattia Fontanesi hanno sostenuto l’assoluzione per il capo d’imputazione di rapina e la concessione delle attenuanti generiche, peraltro già ritenute sussistenti dal pm. Subito dopo la “lezione”, la fidanzata chiamò il cellulare sottratto al compagno e affermò che aveva risposto Arabia.

La requisitoria dei difensori ha puntato sul fatto che gli investigatori non hanno eseguito il tracciato del tabulato telefonico: se questo aspetto fosse stato verificato, avrebbe agganciato la cella del telefonino dell’aggressore, identificandolo, ma la lacuna ha di fatto vanificato la prova principe della rapina. — AM.P.

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