“Color d’aria” per la chiesa del Cristo Il 21 festa per la facciata restaurata
“Piccola architettura, grande scultura”. Il maggior pericolo per le tinte originarie era (e sarà) il traffico veicolare
REGGIO Emilia
Mentre avanza il cantiere per la riqualificazione della piazza del Cristo, quello del restauro della facciata della chiesa che le dà il nome va esaurendosi. Per domenica 21 ottobre è prevista l’inaugurazione del fronte che qualche giorno prima sarà liberato dai ponteggi.
Preparatevi a rivedere questa chiesa con le sue tinte originarie, quelle che andavano di moda nel 1760, quindi in epoca tardo barocca. Preparatevi al “color d’aria”, cioè a tinte leggere, dunque aeree, che virano dal celeste al verde tenue. Tenuissimo.
L’architetto Paolo Bedogni ci tiene a sottolineare che quello da lui progettato e diretto è stato un restauro scientifico. Cioè gli operatori hanno lavorato con bisturi, spugne e raschietti (niente sabbiatura) per poter raggiungere e individuare le coloriture settecentesche e liberare la facciata dagli intonaci e dalle tinte che sono state sovrapposte nei secoli successivi.
Bedogni si è preoccupato anche di intervenire sugli ornati e le finiture in stucco che caratterizzano l’edificio religioso che fa da fondale e fulcro all’ultimo tratto di corso Garibaldi: un carattere di Reggio Emilia.
I lavori, iniziati nei primi giorni di giugno, si sono conclusi in questi giorni e, appunto, attende lo smontaggio dei ponteggi. L’operazione è costata 30.057,23 euro (7.369 dei quali provenienti dai contributi dell’amministrazione comunale per la riqualificazione delle facciate del centro storico).
Il committente è la Diocesi di Reggio Emilia- Guastalla (la chiesa è officiata dalla comunità ortodossa rumena).
L’architetto Bedogni ricorre a una significativa iperbole per descrivere la chiesa del Cristo: «È una piccola architettura, è una grande scultura». Piccola architettura, si fa per dire. Basta considerare che il fronte, dal piano stradale alla croce che si erge sul fastigio, ha un’altezza di 16 metri che diventano quasi 25 se si somma anche la statura del lanternino che chiude la cupola.
Giambattista Cattani, quando la progettò e la eresse duecentocinquantotto anni fa era impegnato nei paraggi con il tempio di Sant’Agostino. La basilica di San Prospero porta la firma dello stesso architetto che proprio nella chiesa del Cristo, costruita per la confraternita del Suffragio, guardava all’esperienza romana di Gian Lorenzo Bernini e più che altro di Francesco Borromini, quasi un secolo prima. Si sa, in provincia, nei territori, gli aggiornamenti giungono (giungevano) con lentezza e grande sedimentazione. È fuori di dubbio che l’esperienza architettonica e stilista di questa costruzione portò a Reggio una novità preziosa, raffinata, ricca. Anche evidentissima, perché questa chiesa ondulata oltre a interpretare un effetto “sorpresa” per chi arriva dalla Ghiara, funge anche da punto prospettico e spartitraffico appunto perché di fronte la strada si slarga formando piazza Roversi e si diparte in più strade: vicolo del Folletto, via Bardi, via Ariosto, via Farini, via Antignoli. Un punto nevralgico, quindi.
Un punto così nevralgico anche per il traffico veicolare che la pulizia millimetrica ha liberato i rivestimenti della facciata da consistenti strati di agenti inquinanti (traduzione: gas di scarico).
L’ultimo restaro in ordine di tempo risale agli anni Ottanta quando l’architetto Francesco Tavoni della vecchia Cooperativa Pittori diresse il restauro dell’interno. Tavoni è ricordato come maestro di tanti resturatori reggiani. —
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