La relazione della Commissione nazionale antimafia: «Brescello è un fortino della ’ndrangheta»
Il paese reggiano viene indicato come esempio di «piccolo Comune scelto per l’avanzata al Nord dei clan calabresi»
BRESCELLO. Brescello indicato come uno dei “fortini” dell’avanzata al Nord dei clan calabresi. È una valutazione netta, dura, quella che viene espressa sul paese di Peppone e don Camillo nell’articolata relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie presieduta da Rosy Bindi nella passata legislatura.
Affrontando l’infiltrazione ’ndranghetista nell’Italia settentrionale, la Commissione parlamentare rimarca più volte come “si sia affermata a macchia di leopardo – si legge nel testo di 654 pagine – con una particolare predilezione per i comuni minori (naturalmente “minori” in relazione ai contesti economico-demografici).
Questi comuni risultano infatti per tante ragioni più facilmente espugnabili e controllabili – entra nel merito l’analisi – ed esprimono normalmente basse capacità di resistenza alla colonizzazione. Rivedendo l’intera traiettoria dell’avanzata dei clan calabresi ci si rende conto però che questi paesi o centri minori finiscono per svolgere, una volta espugnati, una funzione di capisaldi strategici distribuiti sul territorio”.
Un’analisi che diventa di pagina in pagina sempre più inquietante: “I centri minori diventano dunque postazioni fisse nel cammino della conquista, alla stregua delle stazioni di posta ai tempi delle diligenze, quartieri generali pronti ad accogliere le ritirate, trampolini di lancio per nuove avventure, snodi per gettare reti più ampie. Nella mappa in continuo aggiornamento dell’avanzata ’ndranghestista, svolgono il ruolo delle casematte in una guerra a bassa intensità, che è contemporaneamente di movimento e di posizione.
Sono anche i luoghi in cui si spingono più avanti le forme di colonizzazione e se ne sperimentano di nuove. Non è casuale che siano proprio i comuni più piccoli quelli in cui si sono verificati i più numerosi attacchi alle libertà politiche dopo quelli alle libertà economiche”. E qui spunta Brescello, descritto dalla Commissione parlamentare come situazione esemplare.
«Brescello, 5.500 abitanti, colonizzato dal clan cutrese dei Grande Aracri e per questo sciolto per mafia (il primo in Emilia Romagna) nel 2016. In questo caso è visibile come Brescello abbia fatto da casamatta in un processo di conquista progressivo di tutta un’area di confine fra Emilia e Lombardia, che ha interessato in modo impressionante, oltre alla provincia di Reggio Emilia, anche la provincia di Mantova.
Anche qui la violenza a bassa intensità, non visibile ma efficacissima, si è snodata nel tempo attraverso più episodi: dal ripetuto taglio delle gomme dell’auto di un vigile urbano corrispondente della Gazzetta di Reggio (nei primi anni Duemila il nostro giornale era impegnato in un’inchiesta sulle escavazioni abusive di sabbia nel Po, ndr) all’episodio di intimidazione verso uno degli stessi membri della commissione straordinaria giunti dopo lo scioglimento del consiglio comunale”.
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