Don Ercole Artoni resta ai domiciliari
Il Gip della Dda conferma anche il carcere per Aldo Ruffini. I difensori del sacerdote ricorrono al Tribunale della Libertà
REGGIO EMILIA
«Il quadro probatorio non è cambiato»: confermati il carcere per Aldo Ruffini e i domiciliari, seppur a maglie più larghe, per don Ercole Artoni. Il Gip della Dda di Ancona Antonella Marrone – a quella Procura competente sono stati inviati i fascicoli dei due interrogatori di garanzia che si sono svolti la scorsa settimana a Reggio – ha sciolto la riserva e ha confermato la misura cautelare già in essere nei confronti dei due imputati, accusati del reato di “violenza o minacce a corpo giuridiziario” con l’aggravante di essersi fatti scudo della “forza intimidatrice derivante dalla ‘ndrangheta”.
LA VICENDA
La “strana coppia” – l’imprenditore 74enne evasore fiscale e il parroco 88enne simbolo della lotta alla droga – è finita nei guai per le minacce di morte alla presidente del tribunale Cristina Beretti, finita sotto scorta per il pericolo che pareva proveniente dai detenuti di Aemilia. Invece i calabresi non c’entravano nulla: quegli avvertimenti inquietanti al giudice («stia lontana dalla finestra», «sanno dove studia suo figlio») secondo l’accusa sarebbero stati un disegno di Aldo Ruffini (per ottenere il dissequestro di ben 14 milioni di euro, vidimato proprio da Beretti), “mandante” di don Ercole Artoni. Il primo nel fornire la sua versione ha scaricato il barile su don Ercole (l’unico ad avere contatti con il giudice), mentre il sacerdote ha ammesso che si è trattato di una sua iniziativa in buonafede: «Sono stato travisato. Non volevo minacciare né spaventare la dottoressa Beretti: ho solo riferito frasi che mi preoccupavano».
AL RIESAME
Se su Aldo Ruffini gli avvocati difensori Nino Ruffini e Dario Bolognesi di Ferrara devono valutare i prossimi passi, i legali di don Ercole, avvocati Francesca Corsi e Alessandro Nizzoli, si dicono «decisamente insoddisfatti» e annunciano di aver già depositato il ricorso al Tribunale della Libertà. I legali avevano chiesto la revoca degli arresti domiciliari, in subordine l’obbligo di dimora nel Comune di residenza (Castelnovo Sotto) e in subordine ancora la revoca del divieto di comunicare. Invece la Dda di Ancona ha rigettato le istanze di revoca e sostituzione della misura, autorizzando i contatti personali con i parenti, i medici e la collaboratrice familiare. Una concessione selettiva e solo verso soggetti specifici: il sacerdote non potrà comunicare, ad esempio, con il centro sociale Papa Giovanni XXIII della quale è fondatore. «L’interrogatorio non è stato ritenuto rilevante rispetto alla necessità della misura – spiegano i difensori del don – invece, di fronte a questa chiusura del Gip, noi riteniamo che la vicenda debba essere affrontata con occhi nuovi da giudici diversi, che possano dare una lettura differente non tanto del quadro indiziario, quanto delle esigenze cautelari». Se ne riparlerà davanti al Tribunale della Libertà tra una quindicina di giorni. —
AM.P.
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