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Cafè hard, la barista nega tutto e ottiene un veloce processo

Tiziano Soresina
Cafè hard, la barista nega tutto e ottiene un veloce processo

Per accelerare i tempi ha puntato sul giudizio immediato e sarà presto in aula La 50enne è accusata di favoreggiamento della prostituzione ed estorsione

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Sarà presto un processo – in tribunale a Reggio Emilia – a chiarire cosa effettivamente accadeva nel Fashion Cafè, a Felina, messo sotto sequestro nell’estate 2017.

La barista 50enne – originaria marocchina, ma da tempo con la cittadinanza italiana – è accusata di favoreggiamento della prostituzione e tentata estorsione. Ma proprio lei ha dato una “sterzata” per arrivare in tempi brevi al processo. È sicura di sé e vuole difendersi in un’aula di tribunale, provando la sua estraneità alle accuse.



E, caso piuttosto raro in fase di indagini, ha fatto istanza di giudizio immediato – tramite l’avvocato difensore Noris Bucchi – al gip Luca Ramponi che l’ha accolta.

Una scelta del rito poi inoltrata al pm Giulia Stignani (titolare delle indagini e che ha coordinato gli accertamenti dei carabinieri di Castelnovo Monti) che ha chiuso l’inchiesta, dando così concretezza a quel “salto” dell’udienza preliminare per arrivare direttamente ad un processo ordinario con il rito citato che prevede – comunque – uno sconto di pena di un terzo.

«La mia assistita contesta gli addebiti – si limita a dire l’avvocato Bucchi – e ha voluto accelerare i tempi».

La barista si era avvalsa della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia, non è stata poi sentita dal pm Stignani durante le indagini e dal settembre scorso non è più sottoposta al divieto di dimora nel comune di Castelnovo Monti.

C’era da tempo parecchio chiacchiericcio attorno al “Fashion Cafè” di Felina, chiuso nell’agosto 2017 con un’operazione dei carabinieri della Compagnia di Castelnovo Monti.



I militari dell’Arma avevano dato esecuzione al provvedimento di natura cautelare a seguito di indagini condotte nel locale che avevano rinvenuto una stanza secondaria con tre letti e quello che sarebbe un “libro mastro” con nomi di clienti e cifre pagate o da pagare. Secondo gli inquirenti, avrebbe prima promesso il suo aiuto a un cliente affinché una dipendente avesse una relazione con lui, facendosi consegnare del denaro, e poi lo avrebbe minacciato di fargli rompere le gambe, chiedendo poi la consegna di altri 2mila euro. —





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